Cortocircuiti comunicativi

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Gli esseri umani hanno almeno tre strati cerebrali, il cervello rettile o “antico” che ha propri linguaggi e proprie esigenze (riproduzione, fame, sete, protezione), il cervello mammifero o intermedio, che si occupa del sentire emozioni e curare la prole, e la neocorteccia che si occupa del ragionamento, della logica, del “cosa è culturalmente bene fare” e cerca di capire cosa è appropriato e logico fare.

Molto spesso tra questi strati avvengono potenti cortocircuiti, dissonanze tra pulsioni che spingono verso direzioni diverse, e noi stessi siamo spiazzati o diventiamo poco certi dentro, o poco efficaci fuori.

Possiamo dire, che quando avvengono questi cortocircuiti, “perdiamo la bussola”, ci sentiamo disorientati, non sappiamo più dove sia il vero nord della nostra esistenza, o altri punti di rifermento, oppure i riferimenti cambiano così rapidamente all’interno di noi che ci troviamo spiazzati, in una scelta difficile,  soffriamo come se fossimo privi di schemi, vogliamo un’opzione ma anche il suo contrario, senza sapere perché.

Spesso, la ragione è scientifica: i nostri tre strati cerebrali vogliono cose diverse. Ciascuno ha le sue esigenze. E metterli daccordo, è un grande sforzo, è difficile, a volte impossibile.

Ripristinare una coscienza e una competenza sul collegamento e sul dialogo interno tra questi strati cerebrali è una delle massime sfide di sempre, per l’essere umano e per la comunicazione olistica. Quando i nostri tre cervelli entrano in sinergia, troviamo una forza interiore incredibile e proviamo sensazioni di grande unificazione sia interna (il contrario del sentire una frammentazione interiore) che chiarezza su cosa vogliamo nei rapporti con gli altri.

Non è un caso che diversi programmi tra i centri universitari più avanzati abbiano iniziato ad offrire programmi per il rafforzamento della consapevolezza di sè  e dei propri punti fermi interiori. Ne sono un esempio i programmi denominati “True North Groups”, della Harvard Business School dove “vero nord” è una metafora per indicare la ricerca della propria bussola interiore[1].

E’ non è nemmeno un caso che ad offrirli siano propri Business Schools. Siamo circondati da due opposti “mega-messaggi” che tirano la nostra giacca da direzioni opposte: (1) fai soldi, i soldi sono la prova del tuo successo; (2) il successo è fatto di relazioni, valori umani, spiritualità, non dai beni materiali che possiedi.

Presi tra questi due poli, arranchiamo cercando sia l’uno che l’altro con fatica, cercando con altrettanta fatica un equilibrio.

Le aziende, altrettanto, faticano a trovare un bilanciamento sano tra l’attenzione al lato umano, e le urgenze di produrre, fare vendite e profitto. Come se fossimo agli albori della civilizzazione questi due poli sembrano inconciliabili. Nell’approccio olistico, non lo sono.

La tradizione orientale pratica questa ricerca della consapevolezza interiore da sempre, in particolare nella tradizione Buddhista.

Chi pratica comunicazione olistica può interessarsi con la stessa intensità al lato strategico della comunicazione (es: come costruire una negoziazione, o come attivare persuasione) che al lato culturale e poetico, umanistico.

La passione per la comunicazione porta ad uno dei due estremi: l’identificazione con una scuola unica, dogmatica, o l’accettazione necessaria di una grande realtà: la comunicazione è un laboratorio, che dura tutta la vita.

La comunicazione olistica ha inoltre un’altra proprietà: va vissuta. Non è sufficiente studiarla. Chi ama il nuoto non si accontenta di leggere un manuale sul nuoto, ma vuole entrare in acqua. Allo stesso modo, la comunicazione olistica è soprattutto utile per chi deve generare cambiamento e produrre effetti. Che si tratti di curare e guarire le persone attraverso la comunicazione, di formare le persone, di costruire strategie di miglioramento, o di usarla per cambiare le proprie vite.

Possiamo viverla in ogni situazione. Ad esempio:

  • Comunicazione intima, interpersonale, familiare
  • Comunicazione professionale e manageriale
  • Comunicazione in pubblico
  • Comunicazione funzionale (diretta verso uno scopo da raggiungere)
  • Comunicazione affettiva (scambiarsi puramente esperienze o emozioni)
  • Comunicazione interna all’individuo stesso (comprensione del proprio dialogo interiore)
  • Comunicazioni istituzionali, aziendali, trattative, negoziati.

Ciò che conta, è che chi pratica comunicazione olistica non si limiti a studiarla teoricamente, a “sapere concetti”. Sapere è bello ma non è sufficiente. Praticare, è molto meglio.

Non esiste un “attestato” o una “laurea” in comunicazione olistica che sostituisca la capacità di una persona di vivere a pieno e fino in fondo l’azione del comunicare.

Che si tratti di ascoltare un figlio, dare istruzioni ad un giocatore o a un team durante una partita, dirigere una riunione, osservare una coppia mentre discute, o “smontare” la struttura di una pubblicità (fare debrayage comunicativo, smontare la struttura di un messaggio o di un segno), di scoprire se quanto una persona ci sta dicendo sia bugia o verità (lie detection), è essenziale distinguere l’aspetto dello “studio teorico” del fenomeno da quello – più centrale per la comunicazione olistica – del “viverlo”.

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[1] In: Goleman, Daniel (2013). Focus. The Hidden Driver of Excellence. Trad It Focus,, Rizzoli editore,  Milano,  p. 94.

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