Video. Introduzione al testo “Strategie di Comunicazione e di Marketing”, i 12 punti per sviluppare Campagne di Comunicazione Persuasiva

Video. Introduzione al testo di Daniele Trevisani “Strategie di Comunicazione e di Marketing”, i 12 punti per sviluppare Campagne di Comunicazione Persuasiva. Franco Angeli editore, Milano

 

Libro “Strategie di comunicazione e marketing”, di Daniele Trevisani, Franco Angeli editore, Milano.

Modelli per il Business Coaching. Temi fondamentali

Un libro per focalizzare le proprie operazioni di marketing, comunicazione, informazione, vendita strategica, con un metodo chiaro e lineare in 12 punti. Un approccio frutto di 25 anni di esperienza, testato e divulgato in aziende e organizzazioni come Siemens, Volksbank, Carnival Corporation (Costa Cruises), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frost & Sullivan (London), Commax Consulting (Monaco di Baviera), Barilla, Coop Italia, IIR (Institute of International Research), Arch-Chemicals, Panini, Fedon, Ricoh Europe…

Presentazione del volume

 

Un libro per focalizzare le proprie operazioni di marketing, comunicazione, informazione, vendita strategica, con un metodo chiaro e lineare in 12 punti.

Qual è la differenza sostanziale tra vere e proprie “campagne strutturate” e azioni sfocate, poco mirate? Molti vogliono comunicare, vendere, fare marketing, ma si limitano a pubblicità generiche, usano i social senza una vera strategia integrata, affrontano la vendita, specialmente nel business to business, senza una vera concentrazione sul cliente-target e sui bisogni che fanno scattare la vendita.

Questo testo espone un modello a 12 stadi per sviluppare campagne di marketing, di comunicazione, di vendita, frutto di una sinergia tra i metodi di derivazione aziendale e quelli usati nelle scienze strategiche.
Il termine “campagna” deriva infatti proprio dalle azioni militari che si prefiggevano di raggiungere un certo risultato in un certo periodo di tempo, con estrema concentrazione.
Un metodo frutto di 25 anni di esperienza di formazione e consulenza, testato e divulgato in centinaia di “operazioni strategiche”, in aziende e organizzazioni come Siemens, Volksbank, Learning Resources Associates, Commax, Siemens Healthcare, ONU (United Nations), Carnival Corporation (Costa Cruises), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frost & Sullivan (London), Commax Consulting (Monaco di Baviera), Barilla, Coop Italia, IIR (Institute of International Research), Arch-Chemicals, Panini, Fedon, Ricoh Europe.

Daniele Trevisani, consulente aziendale senior, trainer & training manager, coach e counselor, è stato insignito dell’onorificenza Fulbright dal Governo USA per le aree del Fattore Umano e Comunicazione. Ha al proprio attivo 25 anni e 25.000 ore di esperienza in HR training, formazione, consulenza, coaching ad aziende, istituzioni e privati, la direzione e progettazione di master, business school e corporate university, il coaching di amministratori delegati e direttori vendite e marketing. È autore di numerosi testi tra cui, per i nostri tipi, Il potenziale umano e Psicologia di marketing e comunicazione. Dirige le attività di formazione e consulenza di www.studiotrevisani.it
Indice
  • Introduzione: principi base delle strategie comunicative e il ruolo delle campagne di comunicazione e marketing
  • Il concetto di “energia di attivazione”;
  • Azioni comunicative come forma di engagement (ingaggio, aggancio, incontro, impegno);
  • Mmacro-fasi della campagna di comunicazione; Ricerca; Adattamento; Implementazione; Valutazione
  • Elementi critici per lo sviluppo di una strategia di comunicazione efficace
  • Centratura ed efficacia della comunicazione;
  • Communication Planning: programmare campagne marketing “centrate sul cliente”;
  • Centrare i bisogni psicologici del target; Esercizio di localizzazione dei bisogni;
  • Collegamento tra bisogni e “archetipi”, le strutture primordiali cui le persone desiderano appartenere;
  • Perché le campagne di comunicazione funzionano meglio delle attività di comunicazione generiche;
  • Applicazioni sul fronte della vendita; Ricerca e valutazione: gli strumenti per produrre campagne comunicative di qualità ed impatto)
  • Struttura a 12 punti di una campagna di comunicazione e marketing
    (I punti chiave che determinano il successo di una campagna; Schema grafico a 12 punti; Scheda per fissare i punti chiave della campagna)
  • Azioni con intenti chiari sviluppano risultati migliori.
  • Focalizzarsi sul perché e sulla mission della campagna
    (Titolo del progetto; Definizione del problema da attaccare: problem setting comunicazionale; Ricerche inerenti il problema (situation analysis);
  • Mission della campagna. Chiarire per cosa lavoriamo, a chi comunicare, verso chi attivare Key Leader Engagement (della serie… “salta tutto il libro se vuoi, ma non queste 2 pagine…”)
  • Team di progetto, coordinatore del progetto e confini dei ruoli
    (Competenza tecnica e qualificazione dei membri interni ed esterni del Campaign Team; Partner potenziali e loro ruolo nella campagna di comunicazione)
  • A chi comunicare? Per ottenere quali effetti psicologici e comportamentali? Chiarezza e precisione nell’inquadrare i target primari e secondari
  • Che storia racconti, e a chi? Target audience primarie; Siamo in un mondo tribale, anche nel business; Target audience secondarie e opinion leader; Communication Goal; Goal specifici e misurabili
  • Formulare il messaggio: leve persuasive che centrano il bersaglio comunicativo
  • Message Strategy: strategia del messaggio e leve della persuasione; Inserire nel messaggio leve persuasive e combinarle; La natura multipla delle funzioni di prodotto;
  • Messaggio e mappe mentali; La linea di azione comunicativa e la strategia relazionale; Struttura delle linee di azione
  • Channel strategy: la strategia olistica dei canali comunicativi
  • Differenze tra target e audience: centrare i bersagli e non disperdere comunicazione; Reach, frequency, continuity, message quality: i fattori primari dell’impatto comunicativo
  • Valutazione dei risultati, misurazione e analisi del raggiungimento dei goal di campagna
  • Activation Research: misurare le attivazioni e i risultati della comunicazione; Analisi dei costi/benefici intangibili di comunicazione; Coltivazione comunicativa
  • Project Management, struttura dei tempi, budget e responsabilità, diagrammi Gantt: far funzionare i progetti
  • Definizione dei budget della campagna di comunicazione; Il follow-up della campagna di comunicazione
  • Bibliografia

 

Analisi approfondita dei metodi persuasivi nell’antica Grecia e Impero Romano

Funzioni e princìpi del discorso persuasivo (fonte: Wikipedia)
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Anzitutto, uno sguardo preliminare alle funzioni che deve assolvere un discorso, che vengono così indicate da Quintiliano:[84]

  • docere et probare, ovvero informare e convincere;
  • delectare, catturare l’attenzione con un discorso vivace e non noioso;
  • movere, commuovere il pubblico per far sì che aderisca alla tesi dell’oratore.

Inoltre, Reboul riassume in tre princìpi fondamentali le regole che devono essere seguite dal retore per essere persuasivo:

  • Principio di non parafrasi. Anzitutto, un discorso efficace non deve essere parafrasabile, cioè non si deve poter sostituire i suoi enunciati portanti con altri enunciati senza che vi sia una perdita di informazioni, o comunque un’alterazione del senso. Questo principio, osserva Reboul, diventa più chiaro se si prendono in esame i tropi e le figure, le quali perdono di significato se tradotte in un’altra lingua o se si tenta di cambiarne le parole.[85]
  • Principio di chiusura. All’impossibilità di essere parafrasato si accompagna l’irrefutabilità del discorso. In altre parole, per un avversario deve essere impossibile – o quasi – ribattere a quanto detto dall’oratore, a meno che anch’egli non trovi un argomento che si colloca sul medesimo livello. Un esempio sono le formule, come gli slogan pubblicitari, la cui forza risiede nell’impossibilità di replicarvi, se non appunto ricorrendo a un altro slogan.[86]
  • Principio di trasferimento. Infine, il discorso persuasivo, per essere tale, deve avere come punto di partenza una convinzione accettata dall’uditorio e trasferita sull’oggetto del proprio discorso. Un’opinione radicata nelle menti di molte persone, infatti, benché relativa apparirà comunque vera agli occhi dei più, e la sua forza aumenterà con l’aumentare degli elementi affettivi e intellettuali a suo favore. In questo modo anche i desideri diventano in qualche misura reali, e il retore deve essere in grado di sfruttare questa ambiguità per persuadere chi gli sta di fronte.[87]

Argomentazione e persuasione

Per «argomento» si intende una proposizione atta a farne ammettere un’altra,[89] e quindi a indurre qualcuno ad accettare la bontà di ciò che si sta dicendo. Argomentazione e persuasione (peithó) sono dunque collegate, ma detto ciò bisogna precisare che il rapporto non è esclusivo, poiché si può ottenere la persuasione anche da una dimostrazione o da un atto di seduzione. Vediamone le differenze. La dimostrazione, il cui modello sono le scienze esatte, ha la caratteristica di essere rigorosa e oggettiva, e quindi di mirare a conclusioni che siano inattaccabili. Decisamente irrazionale è invece la seduzione, che mira semplicemente ad influenzare e manipolare gli altri facendo ricorso a sentimenti e sensazioni. Tra queste due si colloca l’argomentazione, oggetto della retorica, la quale mira sì a persuadere facendo leva sulle passioni, ma cerca di farlo in maniera rigorosa, attraverso un’arte. Ciò che differenzia l’argomentazione dalla dimostrazione è il carattere non necessario degli argomenti che vengono portati a supporto della tesi: il retore infatti si rivolge sempre a delle persone specifiche, delle quali prende in considerazione le opinioni e le sensazioni, e il punto di partenza del suo discorso sono premesse non evidenti ma verisimili (eikota) che portano a conclusioni relative e confutabili. Inoltre, nell’argomentazione il nesso logico tra gli elementi che la compongono non è rigoroso, e la sua validità è valutata in base all’efficacia.[89]

Mentre lo scienziato, dunque, sostiene la propria teoria ricorrendo a dati oggettivi presentanti per mezzo di un linguaggio simbolico, il retore cerca di persuadere gli altri attraverso le parole e il linguaggio naturale, trovando e ordinando i possibili elementi di persuasione. A questo scopo, il retore deve tener presenti non solo gli aspetti razionali, ma anche quelli emotivi ed etici. Oltre al discorso (logos) in sé e per sé, che persuade attraverso prove vere o apparentemente tali, a ricoprire un ruolo importante è il carattere (ethos) dell’oratore, che deve saper dimostrare di essere attendibile e di conoscere a fondo l’oggetto di cui sta trattando, così da accattivarsi la fiducia del pubblico; inoltre, è importante saper suscitare emozioni (πάθη) di piacere o dolore negli ascoltatori, poiché i sentimenti influenzano inevitabilmente la capacità di giudizio del pubblico.[90]

La disposizione: la struttura del discorso

Cicerone pronuncia un’orazione in Senato

La seconda parte del sistema della retorica riguarda la dispositio (in greco τάξις, taxis, oppure οἰκονομία, oikonomía), cioè l’organizzazione del discorso: le parti di cui si compone il discorso, l’ordine in cui presentare i contenuti e le idee, l’ordine delle parole per presentare gli argomenti.[96]

Con particolare attenzione alla retorica giudiziaria, la retorica classica ha formulato uno schema per strutturare i discorsi, il quale può essere seguito rigorosamente o meno. L’orazione prevede quattro parti, nell’ordine:

  1. exordium, esordio, tentativo di accattivarsi l’uditorio delectando e movendo con ornamenti;
  2. narratio, esposizione, esposizione dei fatti, per docere l’uditorio, in ordine cronologico o con una introduzione ad effetto in medias res;
  3. argumentatio, argomentazione, dimostrazione delle prove a sostegno della tesi (confirmatio) e confutazione degli argomenti avversari (refutatio);
  4. peroratio, epilogo, la conclusione del discorso, muovendo al massimo gli affetti dell’uditorio e sviluppando pathos.

Esordio

L’esordio (προoίμιον, exordium) è la parte che apre l’orazione, in cui viene esposto, sempre che non sia già noto, l’oggetto di cui ci si intende occupare (πρότασις). Il suo scopo è quello di accattivarsi i favori del pubblico (captatio benevolentiae) e annunciare le ripartizioni che si stanno per adottare nello svolgimento dell’orazione (partitio).[97] Se la situazione lo permette, è possibile chiedere esplicitamente all’uditorio di essere benevoli, altrimenti si deve ricorrere all’insinuatio, entrare nell’animo degli ascoltatori per via sotterranea, evitando di parlare dei propri punti deboli per mostrare invece quelli degli avversari. Inoltre, è importante rendere subito nota la struttura dell’orazione e l’ordine degli argomenti, così da rendere il pubblico partecipe dei termini del discorso ed evitare che sembri troppo lungo.

Per accattivare e rendere più partecipi le giurie – nel caso dell’orazione giudiziaria greca, in particolare – all’interno del προoίμιον venivano inserite talvolta espressioni o periodi che sottolineavano la presa di coscienza da parte dell’oratore della difficoltà dell’argomento trattato o della sentenza da emettere (ad es. “mi rendo conto di quanto sia difficile per voi, o Ateniesi, giudicare…”).[21]

Si tenga presente che, nel caso si intenda trattare l’argomento in medias res, l’esordio e l’epilogo possono essere evitati.

Esposizione

L’esposizione (διήγησις o anche ῥῆσις, narratio) è il resoconto succinto, chiaro e verisimile dei fatti che vengono affrontati, così che sia funzionale all’argomentazione. Due sono i generi di disposizione dei contenuti: l’ordo naturalis, che segue lo svolgimento logico e cronologico degli eventi, e l’ordo artificialis, orientato più alla resa estetica tramite l’uso di figure retoriche, digressioni e altri procedimenti stilistici. Quest’ultimo è anche più intellettuale, poiché rompe la linearità del tempo per assecondare le esigenze della situazione e dell’argomento.[98]

Nell’esposizione dei fatti è inoltre necessario perseguire quello che è il «giusto mezzo», non essere cioè troppo prolissi ma nemmeno tanto brevi da tralasciare qualcosa di importante. Bisogna poi ricordare che è essenziale la verosimiglianza dei fatti, i quali devono essere attendibili e devono essere disposti in maniera tale da assolvere alle tre funzioni della retorica: docere, movere e delectare.

Argomentazione

Cuore del discorso persuasivo è l’argomentazione (πίστις o ἀπόδειξις, argumentatio), il resoconto delle prove a sostegno della tesi, che può prevedere anche un affondo contro le tesi avversarie. La sua struttura interna si compone di due parti: propositio e confirmatio, a cui può seguire una terza, l’altercatio. La propositio è una definizione ristretta della causa (o delle cause) da dibattere, subito seguita dalla confirmatio, l’elenco delle ragioni a favore, nell’ordine: dapprima quelle più forti, in seguito le più deboli e infine le più forti in assoluto. Talvolta, specie durante un processo, la confirmatio può essere interrotta dall’intervento di un avversario, come ad esempio un avvocato di parte opposta: in questo caso si parla di altercatio, un dialogo serrato tra il retore e il suo avversario.[99]

Epilogo (perorazione)

L’epilogo (ἐπίλογος, peroratio) è la parte conclusiva dell’orazione, e si muove su due livelli: riprende e riassume le cose dette (enumeratio e rerum repetitio), tocca le corde dei sentimenti (ratio posita in affectibus). Da un lato, il retore deve concludere dando un’idea d’insieme di quanto è stato detto e sostenuto, richiamando alla memoria i punti fondamentali; dall’altro, ha luogo la perorazione vera e propria, che fa leva sui sentimenti dell’uditorio ricorrendo a dei loci prestabiliti (in genere atti a creare indignazione o commiserazione).[100]

L’elocuzione: lo stile

Miniatura quattrocentesca del De oratore

L’elocuzione (elocutio in latino, λέξις, lexis in greco) è la parte che riguarda l’espressione, la forma da dare alle idee. L’elocutio si occupa dello stile da scegliere affinché il discorso risulti efficace, studiando quindi la parte estetica dell’espressione, la scelta (electio) e l’ordine (compositio) da dare alle parole. Sotto questo aspetto la retorica invade il campo della poetica, riprendendone gli elementi di ornamento, tra cui le più importanti sono le figure (vedi oltre).

La composizione

La parte centrale dell’elocutio è rappresentata dalla cosiddetta compositio, operazione che consiste nella scelta e combinazione dei termini. Affinché il discorso possa risultare efficace, è necessario tenere conto nella fase di composizione di quattro qualità o requisiti fondamentali, meglio noti come virtutes elocutionis:

  • l’aptum (in greco πρέπον, prépon), l’adeguatezza del discorso al contesto in cui deve essere pronunciato;
  • la puritas (o latinitas), la correttezza sintattica e grammaticale;
  • la perspicuitas, la chiarezza, necessaria affinché il discorso sia comprensibile;
  • l’ornatus, gli ornamenti e tutti gli altri mezzi atti a rendere il discorso più bello e quindi più gradevole.

Tutte queste caratteristiche devono essere presenti, applicate o a singole parole o a intere frasi. Talvolta il mancato rispetto di una delle virtutes può essere giustificato da determinate esigenze espressive, e in questo caso si parla di licenza (licentia); in caso contrario, la mancanza viene sanzionata come errore (vitium).[101]

Gli stili

L’espressione varia a seconda degli argomenti e della situazione in cui il discorso deve essere pronunciato. Per questo motivo, la retorica classica distingue tre stili (genera elocutionis):

  • nobile o sublime (genus sublime o grave),
  • umile (genus humile o tenue),
  • medio o moderato (genus medium).

Il sublime è lo stile nobile, elevato, e viene utilizzato per trattare di argomenti seri facendo leva sui sentimenti (movere), suscitando forti passioni; l’umile ha lo scopo di docere et probare, mentre lo stile medio, misto dei due precedenti, deve delectare attraverso un atteggiamento moderato che tenga conto dell’ethos.[102]

La memoria

La mnemotecnica, la scienza che mira a sviluppare la memoria attraverso una serie di regole, è molto antica: tra gli intellettuali che si interessarono di questa disciplina ricordiamo il sofista Ippia di Elide e i filosofi Raimondo Lullo, Pico della Mirandola e Giordano Bruno. Nel corso del Seicento la mnemotecnica classica finì per essere assimilata alla ars combinandi, teoria della combinazione degli elementi associata al calcolo matematico.[103]

Jean-Jules-Antoine Lecomtedu Nouy, Demostene si esercita a recitare un’orazione

La memoria entra a pieno titolo nel sistema della retorica classica a partire dal Libro III della Rhetorica ad Herennium (I secolo a.C.), e ricopre un ruolo importante in funzione della recitazione, poiché permette di mandare a mente la struttura e gli argomenti del discorso senza dover ricorrere ad appunti scritti, risultando particolarmente utile quando la situazione richiede di improvvisare. Generalmente si distinguono due tipi di memoria: la memoria naturale e quella artificiale. La prima è la dotazione naturale di cui dispongono tutti gli individui, mentre la seconda, che ha lo scopo di rafforzare la prima, viene appresa tramite una tecnica – la mnemotecnica, appunto – che funziona attraverso immagini e punti di riferimento fissi, ai quali vanno associati gli oggetti da ricordare: in questo modo l’atto del ricordare diventa una scrittura mentale, in cui ad ogni immagine corrisponde un oggetto e quindi un significato.[103]

La recitazione

Infine, il retore deve anche essere in grado di recitare la propria orazione di fronte a un pubblico. Questo momento prende il nome latino di actio o pronunciatio (in greco ὐπόκρισις, hypókrisis), e la sua efficacia è legata al modo in cui chi parla si presenta di fronte all’uditorio. Al retore è dunque richiesto di essere anche attore, di avere cioè buone capacità di recitazione, così da coinvolgere il pubblico attraverso la gestualità e il tono di voce. La sua indubbia importanza è stata tuttavia messa in secondo piano dai retori e dai teorici, che nei loro trattati preferiscono concentrarsi su inventio, dispositio ed elocutio, specie in riferimento alla produzione di testi scritti.[104]

Aristotele – Ethos, Logos, Pathos – le tre categorie di analisi della comunicazione persuasiva, del primo vero Scienziato della Comunicazione

Ethos, Logos, Pathos: le prime tre variabili fondamentali per analizzare un messaggio e la comunicazione

Se una persona ama definirsi scienziato deve procedere nel “variables reasoning“, il ragionamento per variabili. Deve quindi prendere un risultato, chiedersi quali fattori lo possono determinare, e testarli.

il Greco Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C.[2]Calcide, 322 a.C.) può essere considerato il primo Scienziato nelle Scienze della Comunicazione, grazie all’individuazione delle tre grandi categorie di variabili che rendono un messaggio persuasivo ed efficace.

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Approfondimenti sulle variabili, da fonte Wikipedia

Diversamente da Platone che le rifiutava il titolo di techne, Aristotele definì la retorica «la facoltà di scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun soggetto».[35] Egli distolse l’attenzione dal considerare la retorica una mera arte della persuasione, incentrando invece l’analisi sullo studio dei mezzi di persuasione, strumenti indipendenti dall’oggetto dell’argomentare.[36] La retorica riacquista così una funzione propria, autonoma dalla filosofia e in stretta relazione con la dialettica, della quale è da considerare la controparte. Il merito di Aristotele è quello di aver raccolto in un sistema organico tutte le scoperte fatte fino ad allora dai retori, sottolineando come la retorica debba essere una tecnica rigorosa

Ethos

Ethos (ἦθος) è un termine greco originariamente significante “il posto da vivere” che può essere tradotto in diversi modi. Può significare “inizio”, “apparire”, “disposizione” e da qui “carattere” o “temperamento”. Dalla stessa radice greca deriva il termine ethikos (ἠθικός) che significa “teoria del vivere”, da cui il termine moderno etica.

In retorica ethos è uno dei tre modi di persuasione; gli altri sono logos e pathos e sono indicati nella Retorica di Aristotele come componenti del ragionamento. Per prima cosa l’oratore deve instaurare ethos. Da un canto questo può voler dire capacità morale, ma Aristotele amplia il significato sino a includere competenza e conoscenza. Egli rimarca espressamente che l’ ethos sarà raggiunto soltanto da quello che l’oratore dice e non da ciò che la gente pensava del suo carattere prima che egli cominciasse a parlare. Questa asserzione è spesso confutata e altri scrittori di retorica sostengono che l’ ethos è connesso alla morale e alla storia dell’oratore (cfr. Isocrate).

Quando dobbiamo decidere se un argomento è utile, bisogna chiedersi che ethos l’oratore sia riuscito a stabilire. Violazioni dell’ethos possono implicare le seguenti situazioni:

  • L’oratore ha un diretto interesse nell’uscire da una discussione (per esempio una persona si dichiara innocente di un crimine del quale è stato accusato);
  • L’oratore ha un interesse particolare per uscire dalla discussione;
  • L’oratore non ha competenza (per esempio un avvocato nel parlare della diminuzione della forza di gravità in un’astronave sarà meno convincente di un astronauta).

Si sarà notato che respingere un argomento basato sulle suddette violazioni dell’ethos è un errore formale che invalida il respingimento dell’argomento.

Pathos

Pathos [πάθος, pathos] (dal greco πάσχειν “paschein“, letteralmente “soffrire” o “emozionarsi”; aggettivo: “patetico” da παθητικός) è una delle due forze che regolano l’animo umano secondo il pensiero greco. Esso si oppone al Logos, che è la parte razionale. Il Pathos infatti corrisponde alla parte irrazionale dell’animo. Esso può avere sia connotazione positiva, sia negativa a seconda del contesto (il verbo πάσχειν è, infatti, una vox media). Può indicare, quindi, sia il sentimento come affezione dell’animo, sia un effetto-mezzo utilizzato per creare la partecipazione empatica del pubblico (συμπάθεια “sumpatheia”, letteralmente “conformità di sentire” o “simpatia”).

Per gli antichi greci questa “forza emotiva” era strettamente collegata alle realtà dionisiache o comunque dei riti misterici. Per questo il Pathos indicava tutti gli istinti irrazionali che legano l’uomo alla sua natura animale e gli impediscono di innalzarsi al livello divino.

Nell’Italiano moderno può assumere il significato di carica emotiva e di commozione derivati dalle rappresentazioni teatrali e delle arti figurative in genere, il sentimento insito in un’opera. In epica, quando si parla di pathos, si intendono quelle sequenze della vicenda più cariche di emozioni, come quando si descrive qualcosa di triste, una sofferenza.

Retorica

Nella “Retorica”, Aristotele identifica tre modalità artistiche di persuasione il pathos, l’ethos e il logos. Il pathos si rivela nell’emozione suscitata nell’ascoltatore.

Le reazioni emozionali possono avvenire in due diversi modi:

  • con una metafora o con il racconto di un aneddoto;
  • con l’uso di un intercalare pregno di passione nell’avanzare di un discorso.

Aristotele identifica l’introduzione e la conclusione come due delle parti più importanti per suscitare emozioni in ogni discorso persuasivo.

Nel primo capitolo de’ “La Retorica”, affronta il modo in cui “gli uomini cambiano la propria opinione in base ai loro giudizi. Come tali, le emozioni hanno specifiche cause ed effetti” (Libro 2.1.2-3). Aristotele identifica il pathos come uno dei tre essenziali modi di persuasione affermando che “capire le emozioni vuol dire dare loro un nome e descriverle, conoscere le loro cause e il modo in cui sono espresse”. Aristotele postula che, oltre al pathos, l’oratore deve anche disporre di un buon ethos, affinché abbia credibilità (Libro 2.1.9).

Aristotele specifica quali sono le emozioni utili all’oratore (Libro 2.2.27). Così facendo, egli si focalizza su chi, a chi e perché, affermando che “non basta conoscere uno o anche due di questi punti; finché non li conosciamo tutti e tre, non saremo in grado di suscitare la rabbia in qualcuno. La stessa cosa vale per le altre emozioni”. Aristotele, inoltre, combina un’emozione con un’altra affinché possano neutralizzarsi a vicenda. Per esempio, si potrebbero accostare tristezza e felicità (Libro 2.1.9).

Con queste premesse, Aristotele sostiene che il retore debba conoscere l’intera situazione e il pubblico che gli si presenta per capire come impostare il suo discorso e suscitare determinate emozioni affinché possa raggiungere i suoi obiettivi. Le teoria del pathos di Aristotele ha tre punti principali: il modo di pensare del pubblico, la diversa concezione delle emozioni in ogni persona e l’influenza che ha l’oratore sulle emozioni del pubblico. Aristotele considera l’ultimo di questi come obiettivo finale del pathos. Allo stesso modo, delinea l’importanza individuale delle emozioni persuasive, così come l’efficacia combinata di queste nel pubblico. Inoltre, egli discute sul piacere e sul dolore in relazione alle reazioni che queste due emozioni causano in un ascoltatore. Secondo Aristotele, le emozioni variano da persona a persona. Perciò, sottolinea l’importanza di capire gli specifici contesti sociali in modo da utilizzare con successo il pathos come metodo di persuasione.

Aristotele, inoltre, conia il termine παθημάτων κάθαρσιν (“pathemáton kátharsin”, letteralmente “la purificazione che è propria di quei patimenti”) in merito alle tragedie nella sua opera “Dell’arte poetica“. Si tratta di quei patimenti che vengono espressi attraverso gli attori e sono recepiti dal pubblico, portando quest’ultimo alla catarsi, ovvero la purificazione, delle emozioni suscitate.

Apollineo e Dionisiaco

Nella cultura greca, accanto alla visione del mondo caratterizzata dal buon senso, esiste la visione orfica – dionisiaca che rappresenta l’aspetto interiore e spesso inquietante della grecità e che costituisce l’argomento di alcuni miti e rituali orgiastici. Questi due elementi dello spirito greco, a cui fa riferimento Nietzsche all’interno della sua opera “La nascita della tragedia dallo spirito della musica” (1872), distinti e contrapposti, ma in rapporto costante e interconnesso tra loro vengono definiti rispettivamente “apollineo” e “dionisiaco”. Il termine apollineo deriva dal Dio Apollo, importante divinità collegata al sole e alla bellezza. Egli è il Dio di tutte le facoltà figurative, patrono del bello e splendore dell’intimo mondo della fantasia. Questo termine fa subito riferimento ad una bellezza statuaria ma può anche collegarsi alla delicata poesia. Lo spirito Apollineo è basato sulla ragione e sulla repressione degli istinti naturali. Nell’arte viene rappresentato nella scultura e nell’architettura. Il termine dionisiaco, al contrario, è basato su un forte entusiasmo per la vita, l’uomo gode completamente degli aspetti naturali e del proprio corpo. Questi due aspetti si sono concretizzati nella tragedia greca. Sulle due divinità, Apollo e Dioniso, è fondata la nostra teoria, tra l’arte plastica di Apollo e l’arte non figurativa della musica di Dioniso. I due istinti, diversi e contrapposti, sono interconnessi al fine di trasmettere quel contrasto che l’arte riesce a risolvere solo apparentemente.

Teatro

Il dramma è azione. La recitazione è movimento. L’attore parla, questa è la sua passione. Passione e teatro danno vita al meraviglioso teatro passionale.

Significative sono le tragedie di William Shakespeare; in Amleto il “pathos” è dato sia dalla drammaticità del testo, sia dal dibattersi del protagonista tra istinti passionali e scelte razionali. Il soliloquio “to be or not to be” ne è esempio emblematico. Il drammaturgo esprime le passioni attraverso la forza della parola, l’attore interpreta il testo immedesimandosi nel ruolo, ricorrendo alla espressività del tono della voce e della gestualità. L’Amleto è una tragedia mancata poiché, essa presenta un personaggio dominato da un “pathos” incomprensibile.

Un esponente del teatro moderno è Eduardo De Filippo; nelle sue commedie vi è sia l’elemento comico, che produce la risata nello spettatore, sia l’elemento drammatico che porta lo spettatore a riflettere.

Eduardo mostra il pathos sottolineando le diversità culturali, sociali, umane; mentre la comicità è rappresentata da contrasti e giochi di parole.

Arte

Arte romana, ercole, II-III secolo da un originale greco di skopas del 370-350 ac

Giotto, Compianto sul Cristo morto, Cappella degli Scrovegni, Padova

Il Πάθος (gr. sofferenza), quando è presente in un’opera d’arte, indica una complicata reazione che suscita emozione e al contempo commozione con un’immedesimazione nel personaggio o nella situazione espressa.

Per la prima volta si parla di Πάθος con lo scultore ed architetto greco skopas che ebbe il merito di introdurre l’emozione umana, fino a quel momento poco esplorata.

Il vero Πάθος però arriverà solo con lo spettacolo di dolore ed afflizione del suggestivo gruppo ellenistico di Laocoonte ed i suoi figli dilaniati dai serpenti marini inviati da atena, per portare a termine il volere degli dei. Questo però fu un caso isolato poiché bisognerà aspettare oltre milletrecento anni per il rimanifestarsi di una sofferenza con l’enfasi precedente. Ed è proprio con il pittore giotto che si riaffermano le emozioni e le afflizioni, rappresentate nell’affresco Compianto sul Cristo morto (Giotto), appartenente al ciclo della cappella degli Scrovegni.

Un esempio significativo di fine ‘500 inizio ‘600 sono le opere di Caravaggio, in cui l’artista esprime un forte sentimento interiore; infatti nelle sue opere è possibile percepire ogni sfumatura delle emozioni umane.

Laocoonte e i suoi figli

Letteratura italiana

Non esiste nella letteratura italiana un autore o una corrente letteraria che parli propriamente di pathos, ma si può trovare nella drammaticità che ricorre frequentemente nel Movimento crepuscolare, di cui il massimo esponente è Sergio Corazzini, a causa delle drammatiche vicende autobiografiche: un’infanzia difficile per il tracollo economico della famiglia piccolo-borghese, l’impegno monotono in una compagnia di assicurazioni e la malattia. Il suo pensiero poetico è incentrato sulle “piccole cose”, dietro le quali si nasconde il vuoto tipico dei poeti crepuscolari. Da un lato i suoi versi esprimono un malinconico desiderio per la vita negatagli dalla malattia, dall’altro un triste ritrarsi dall’esistenza presente, perché priva prospettive future. In “Desolazione del povero poeta sentimentale” esprime tutta la sua sofferenza dietro la figura del piccolo fanciullo che piange, nascondendo l’impossibilità di essere chiamato poeta. Un altro esempio di alta drammaticità è la vicenda di Clorinda, la bella e valorosa guerriera saracena, personaggio del capolavoro tassiano La Gerusalemme liberata, uno degli episodi più tragici dell’opera. Clorinda, morente, pronuncia parole di fede nei confronti dell’amato eroe cristiano Tancredi di Galilea. L’intero episodio è caratterizzato da un intenso pathos che raggiunge il suo culmine nella solitudine finale dell’eroe cristiano sconsolata e miserabile.

Letteratura latina

La lirica latina produce una poesia riflessiva e difficile, in cui il racconto avventuroso assume tratti tipicamente eroici, con accentuazione del πάθος, ma anche con una spiccata tendenza all’approfondimento psicologico dei personaggi tale da farli apparire grandiosi e allo stesso tempo cupi. I poeti latini prendono spunto dai lirici greci e dagli Alessandrini nella molteplicità di ritmi metrici e nei contenuti che spaziano dall’epopea amorosa a quella mitologica. Troveremo infatti, da un lato, le Satire e le Epistole di Orazio, componimenti in esametri di ispirazione moralizzante, dall’altro le Odi, canti lirici dedicati alla virtù romana e all’amore. Tipica della poesia lirica è pure la ricerca del “pathos” cioè della tensione drammatica e della solennità. Al centro di tutte le tragedie di Seneca, ad esempio, vi è la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni non dominate dalla ragione; infatti da un lato agisce la ragione di cui si fanno portavoce personaggi che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi e, dall’altra, il furor cioè l’impulso irrazionale, la passione ( amore, odio, gelosia, ira e rancore), la morte della ragione e disintegrazione della personalità interiore. L’accentuazione degli elementi cupi serve per raggiungere il significato pedagogico e morale. Questa accezione di pathos è presente nei frammenti rimanenti di Livio Andronico. Il pathos può assumere varie forme e in Gaio Valerio Catullo esso si manifesta attraverso la fusione linguistica di vocaboli attinti dal linguaggio plebeo e dalla cultura più raffinata. Il pathos catulliano è presente sia nei carmi dedicati all’amata nei quali vi è lo scontro tra amore e passione e odio e razionalità, come nel testo “Odi et amo“.

“Odi et amo. quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Trad: “Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so, ma è proprio così e mi tormento.” S. Quasimodo.

Il carme101, ad esempio, mette in evidenza il compianto per la morte del fratello, ma anche una contrapposizione tra dolcezza e rimpianto per la sua perdita, oltre che una stanca rassegnazione e dolore derivante dall’amara consapevolezza della morte. In poeti elegiaci di età augustea, come Albio Tibullo e Sesto Properzio, l’amore è un morbus, malum, servitium e rende l’uomo addolorato come cantato anche da Catullo. Il pathos è scaturito dal turbamento del tradimento della donna amata e dalla gelosia. In Ovidio invece prevale il carattere erotico-mondano; in egli il pathos amoroso diventa lusus o ludus, un gioco incostante che fa parte dell’Ars Amatoria.

Pathos in Cartesio

Le passioni sono definite da Cartesio «percezioni, o sentimenti o emozioni dell’anima che si riferiscono particolarmente all’anima stessa e sono causate, mantenute o rafforzate da qualche movimento degli spiriti».

La fisica cartesiana giunge a considerare macchine ogni organismo animale. Tra questi solo l’uomo risulta fornito di un’anima spirituale, che viene definita sostanza pensante. Si apre dunque il problema dell’interazione tra anima e corpo, due elementi concepiti da Cartesio nettamente distinte.

L’anima dell’uomo viene pensata come messa in relazione al corpo, ma la difficoltà sta nell’immaginare un movimento che si traduce in impulsi che a loro volta si traducono in sensazioni.

Intraprendendo un’approfondita ricerca sui due principali organi umani, il cuore e il cervello, Cartesio individua il punto di contatto tra queste due dimensioni nella ghiandola pineale, sede dell’anima e delle passioni, realtà assolutamente incorporea che “spinge” la ghiandola o ne subisce il movimento e sollecitazioni tradotte in sensazioni.

Contrariamente alle sensazioni, le passioni, pur scaturendo anch’esse dal corpo, sono poste in riferimento all’anima, che non avendole causate non può interagire con esse se non contrastandole riguardo ciò che è bene e ciò che è male e, partendo da questo punto, orientare l’azione morale.

Per Cartesio esistono sei passioni primitive: meraviglia, amore, odio, desiderio, gioia e tristezza.

«La meraviglia è una sorpresa improvvisa dell’anima», scrive Cartesio. Poiché la meraviglia deriva dall’impressione che il cervello ha e a cui attribuisce un determinato peso. La particolarità della meraviglia non ha nulla a che vedere con la modificazione del cuore e del sangue, poiché per oggetto non vi è né bene né male ma solo conoscenza: tutto dipende dalla conoscenza acquisita attraverso i nostri organi.

Quando prova amore l’anima è agitata da passioni diverse, definite passioni complementari o alternative. Cartesio descrive l’amore come una cura per il corpo e per l’anima in quanto favorisce la digestione e il battito cardiaco, durane la fase dell’innamoramento, è ampio e regolare. In contrapposizione all’amore, si pone l’odio che provoca una pungente sensazione nel petto ed è negativo per la salute sia dell’anima sia del corpo in quanto induce a eliminare i cibi ingeriti e lo stomaco viene meno alla propria funzione.

Il desiderio non è altro che la volontà di ottenere qualche bene o di sfuggire a qualche male e fornisce al cervello impulsi più violenti, aumentando il battito cardiaco.

La gioia è provocata dalla dilatazione delle arterie principali che inducono il sangue a scorrere più velocemente producendo pensieri e immagini gai e tranquilli. In opposizione alla gioia vi è la tristezza che fa diminuire la quantità di sangue che scorre nelle vene limitando l’arrivo di pensieri idilliaci al cervello che, di conseguenza, produce pensieri spiacevoli.

Cartesio conclude i suoi ragionamenti filosofici postulando il dominio della ragione sui sensi e sulle passioni.

Pathos in Pascal

Per Pascal la questione più importante dell’uomo è l’interrogazione filosofica sul senso dell’esistenza e al suo relativo destino. Pur riconoscendo la validità del metodo razionalistico in campo scientifico, ritiene che lo stesso non dia risposte esaustive riguardo l’esistenza. Pertanto, Pascal crede che cuore e fede (che assumono una valenza intellettiva e non sentimentale) siano superiori alla ragione: sono infatti questi che “sentono” le ragioni dell’esistenza.

“Gli stoici dicono: “Rientrate in voi stessi; è lì che troverete la vostra quiete”. E ciò non è vero. Gli altri dicono: “Uscite al di fuori; cercate la felicità, divertendovi”. E ciò non è vero. La felicità non è né fuori di noi, né dentro di noi; è in Dio, e fuori e dentro di noi.” (Pensieri, 391)

La passione in Pascal è quindi la fiducia cieca nel divino, che però non va contro la ragione, semplicemente la sorpassa; nell’uomo ragione e cuore convivono. Conoscere attraverso la fede è il primo passo verso la conoscenza effettiva e solo successivamente interviene la ragione. Pascal sa che gli uomini, basandosi sulla ragione, potranno solamente arrivare alla consapevolezza dei propri limiti, ma non a trovare il senso vero e ultimo dell’esistenza umana. L’uomo è quindi consapevole del suo stato e si riconosce infelice, soffre costantemente proprio per la presenza dei suoi limiti.

“L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensare bene: questo è il principio della morale.” (Pensieri, 347)

Questo è quello che distingue dagli animali dagli uomini. Le altre creature non sanno di esistere:

“La grandezza dell’uomo è così evidente che si deduce anche dalla sua miseria. Infatti ciò che è natura negli animali lo chiamiamo miseria nell’uomo. Dal che deduciamo che essendo oggi la sua natura simile a quella degli animali, egli è decaduto da una migliore natura che un tempo gli era propria.” (Pensieri, 409)

Il pensiero che distingue l’essere umano è dunque la drammatica autocoscienza della sua miseria, che alla fine però ne nobilita l’infelicità.

“Nulla è così insopportabile all’uomo come essere in pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della sua anima il tedio, l’umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione.” (Pensieri,352)

Per non sentire il peso dei suoi limiti, della “sua insufficienza”, l’uomo si dedica a delle passioni. Le passioni, definite divertissement, sono degli stratagemmi dell’uomo per tutelarsi dalla sofferenza, per sottrarsi alla consapevolezza della propria miseria e agli interrogativi circa la vita e la morte.

“Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci.” (Pensieri, 168)

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Il pathos in Hobbes

Da un’accurata analisi della realtà, Hobbes, giunge alla constatazione della natura umana, caratterizzata da una bramosia naturale, dove ogni individuo è mosso dall’istinto di sopravvivenza e sopraffazione e tende a conservare se stesso.”Homo homini lupus” l’uomo è lupo per l’altro uomo. Questa condizione che si verificherebbe nello stato di natura, si esplica nel “bellum omnium contra omnes” all’interno del quale, tutti gli uomini animati dalle loro passioni finirebbero, inesorabilmente, per eliminarsi a vicenda. Per assicurare la propria conservazione, ogni individuo sopprime la parte dell’animo irrazionale che lo porterebbe ad agire secondo la propria reale natura. Servendosi della ragione, gli uomini stipulando un patto cedono parte della propria libertà e dei propri dirriti ad una sovranità che diventa galante della sicurezza e della conservazione di ogni individuo. Il pathos in Hobbes quindi, scaturisce dall’eterno conflitto tra l’istinto che porterebbe gli uomini a soddisfare i propri bisogni entrando in conflitto gli uni con gli altri; e la ragione che ha il compito di garantire la conversazione dell’umanità.

Scienze

Con il termine “Pathos” (Πάθος) è possibile riferirsi ad altre sensazioni dell’animo che coinvolgono anche altri ambiti, come quello biologico, medico e psicologico.

  • In ambito biologico tutte le manifestazioni emotive del Sistema nervoso autonomo appartengono alla sfera dell’inconscio e quando il nostro corpo manifesta movimenti del sistema nervoso autonomo, mostra la nostra parte inconscia. Il sistema nervoso autonomo è composto dal Sistema ortosimpatico (o simpatico) e del Sistema parasimpatico. Il significato attuale del termine simpatico corrisponde alla sua etimologia: dal gr. συν -> con, insieme più Πάθος -> passione cioè “in relazione con gli stati affettivi”.
  • In ambito medico il termine Pathos è riconducibile alla Scienza che tratta dei disordini relativi alla disposizione materiale degli organi del corpo umano e alle loro funzioni denominata Patologia, dal gr. Παθολογία composta da Πάθος-> malattia, sofferenza e Λόγος-> discorso.
  • Riconducibile alla radice Παθ derivante dal verbo πάσχω= soffrire, è il termine Patema che indica delle particolari sofferenze dell’animo. “Patema d’animo” è la classica espressione per indicare lo stato di angoscia, di preoccupazione e di afflizione del singolo individuo che porta allo scaturire di stabilità psicologica.

Logos

Logos (in greco: λόγος) deriva dal greco λέγω (légο) che significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare[1]. I termini latini corrispondenti (ratio, oratio) si rifanno con il loro significato di calcolo, discorso al senso originario della parola che successivamente ha assunto nella lingua greca molteplici significati: «stima, studio (come suffisso), apprezzamento, relazione, legame, proporzione, misura, ragion d’essere, causa, spiegazione, frase, enunciato, definizione, argomento, ragionamento, ragione, disegno».[2]

Parlare e udire

Secondo Martin Heidegger nella lingua greca antica i verbi parlare, dire, raccontare si riferivano non solo al sostantivo corrispondente logos ma anche al verbo leghein che significava anche conservare, raccogliere, accogliere ciò che viene detto e quindi ascoltare.

Nello sviluppo della cultura occidentale, a suo parere, il valore del pensare e del dire ha prevalso su quello dell’ascoltare mentre l’udire e il dire, come si riproponeva nel dialogo socratico, sono entrambi essenziali «L’udire autentico appartiene al logos. Perciò questo udire stesso è un leghein. In quanto tale, l’udire autentico dei mortali è in un certo senso lo stesso logos»[3][4]

Lo stesso Heidegger ha individuato il significato di raccolta, nel termine derivato da logos: silloge riportandolo all’interpretazione del logos eracliteo.

Filosofia greca antica

Eraclito

Da un frammento di Leucippo sembra possa attribuirsi ad Eraclito un significato del Logos come “legge universale”[5] che regola secondo ragione e necessità tutte le cose:

« Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità. »
(Leucippo, fr.2)

Agli uomini è stata rivelata questa legge ma essi continuano ad ignorarla anche dopo averla ascoltata.[6] Il Logos appartiene a tutti gli uomini ma in effetti ognuno di loro si comporta secondo una sua personale phronesis, una propria saggezza.[7] I veri saggi invece sono quelli che riconoscono in loro il Logos e ad esso s’ispirano come fanno coloro che governano la città adeguando le leggi alla razionalità universale della legge divina.[8]

Un ulteriore significato del logos inteso come “ascolto”[9] è nella affermazione di Eraclito che sostiene che molti non capiscono la sua “oscura” dottrina poiché si sforzano di ascoltare lui invece che il logos.

Secondo altri interpreti del pensiero eracliteo una dottrina del logos sembra non essere nella sua filosofia. Sia Platone che Aristotele non si riferiscono mai a lui riguardo al logos: per il primo Eraclito è colui che ha sostenuto l’incessante fluire dell’essere e di come ogni cosa sia nello stesso tempo uno e molti, mentre per Aristotele e per Teofrasto il pensiero eracliteo si fonda sul principio incorruttibile del fuoco causa di ogni cosa.

Platone

Platone riferendosi a un sapere definito come «credenza vera associata a un logos»[10] identifica in quest’ultimo tre diversi significati:

  • è l’espressione tramite suoni linguistici del pensiero
  • è l’enumerazione delle caratteristiche di una cosa
  • è l’individuazione della “differenza” (diaphorotes) di una cosa, vale a dire di quel particolare segno che la differenzia da tutte le altre cose e la definisce nella sua realtà specifica[11]

Da questi significati ne deriva che per Platone il logos filosofico va riportato nell’ambito del discorso definitorio (il logos apophantikòs o dichiarativo, che serve a stabilire la verità o falsità di una proposizione, di cui Aristotele si occuperà nella sua Logica).

Lo Stoicismo

Una vera e propria “filosofia del logos” la si ritrova invece nello Stoicismo. Cleante, richiamandosi ad Eraclito, afferma la dottrina del logos spermatikòs, la “ragione seminale”, un principio vivente ed attivo (poioun) che si diffonde nella materia inerte animandola e portando alla vita i diversi enti. Il logos è presente in tutte le cose, dalle più grandi alle più piccole, dalle cose terrene sino alle stelle garantendo così l’unità razionale dell’intero cosmo:
«[il logos] attraversa tutte le cose mescolandosi al grande come ai piccoli astri luminosi»[12]

Esiste dunque un comune sentire (una συμπάθεια (sympatheia), “simpatia”) universale, una legge naturale seguendo la quale lo stoicismo insegna a «vivere conformemente alla natura».

Dal punto di vista fisico il logos è identificato col fuoco, che contiene in sé le diverse “ragioni seminali” individuali. Alla fine dei tempi avverrà una conflagrazione che consumerà l’intero universo, in cui però si salveranno le “ragioni seminali”, per garantire la generazione del nuovo mondo che sarà nuovamente arso secondo un andamento ciclico.

Il logos inteso come “calcolo” (ratio) e “discorso” (oratio) è mantenuto dallo stoicismo che distingue tra il “discorso interiore” (logos endiathetos, oratio concepta) la riflessione razionale e il “discorso profferto”, il discorso parlato, (logos prophorikos, oratio prolata)[13]

Neoplatonismo

Plotino riprenderà questa teoria stoica delle ragioni seminali che sono presenti nell’anima del mondo, ne spiegano i movimenti e fanno in modo che gli individui siano diversi tra loro.[14]

Nel giudaismo alessandrino

Il Giudaismo alessandrino, con Filone Alessandrino come esponente, riprende il logos della tradizione stoica incorporandolo nella sua teologia e connettendolo al tema biblico della “parola di Dio”, acquisendo la fisionomia di un agente quasi personale, cosciente, della volontà creatrice e provvidente di Dio; la Parola a cui si unisce o sostituisce, con valore di sinonimo, la Sapienza. Per Filone, che si rifà anche al Timeo di Platone, Dio è trascendente rispetto al mondo, e a far da mediatore tra il primo e il secondo è proprio il Logos, fonte degli archetipi sulla cui base il mondo viene modellato, costituendo da cornice e, in un certo senso, da sintesi a tutte le realtà intermedie: le Idee, la Sapienza, gli angeli, lo Spirito e le potenze; il Logos, infatti è lo strumento con il quale Dio ha fatto tutte le cose ed è la Luce divina offerta agli uomini. Nella dottrina di Filone si riconoscono temi e concetti che poi torneranno nel Cristianesimo.

Nel Cristianesimo

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Verbo (Cristianesimo).
1 Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.
2 οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν.
3 πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο,
καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν
4 ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων·
5 καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει,
καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν.
« In principio era il Logose il Logos era presso Dio
e Dio era il Logos
Questi era in principio presso Dio.

Tutto è venuto ad essere
per mezzo di Lui,
e senza di Lui
nulla è venuto ad essere
di ciò che esiste.

In Lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
e questa luce splende ancora nelle tenebre
poiché le tenebre non riuscirono ad offuscarla. »   (Giovanni 1:1-5 [1])

Il famoso “Prologo” giovanneo o “Inno al Logos” nei reperti risalenti all’anno 200 del Papiro 66 detto anche Papiro Bodmer II attualmente conservato a Ginevra

Il Logos fatto Persona

Nel Cristianesimo il Logos compare all’inizio del Vangelo di Giovanni, dov’è coincidente con Dio creatore e poi storicamente incarnato in Cristo e quindi negli uomini venendo ad «abitare in mezzo a noi». Gli spunti del Vangelo di Giovanni trovano in seguito una loro conclusione nella definizione dei due dogmi, quello della trinità e dell’incarnazione di Dio, formulati nel Concilio di Nicea.

Il termine “logos” in ambito cristiano è reso in italiano come “Verbo”, riprendendo con un calco il latino “verbum” o con “Parola”.

Alcuni studiosi della Bibbia ritengono che Giovanni abbia usato il termine “logos” in una doppia accezione: sia per rendere comprensibile agli ambienti ebraici, familiari, il concetto della divina sapienza, sia per rimanere connesso con gli ambienti della filosofia ellenistica, dove il “logos” era un concetto filosofico radicato da tempo.

Alcune traduzioni cinesi del Vangelo di Giovanni hanno definito il termine “logos” come “Tao[15] (letteralmente la Via o il Sentiero) spesso tradotto come il Principio, è uno dei principali concetti della filosofia cinese. È l’eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre attraverso tutta la materia dell’Universo, vivente o meno.

Il filosofo e teologo calvinista statunitense Gordon Clark, nella sua traduzione della Bibbia, ha reso “logos” con “logica“: «In principio era la Logica, e la Logica era presso Dio, e la Logica era Dio». In tal modo Clark vuole affermare che le leggi della logica non sono un principio secolare imposto sulla visione cristiana del mondo, ma qualcosa già presente nella Bibbia.

Sant’Agostino insegnava che il Logos è prima di tutto relazione: «Come il Figlio dice relazione al Padre, così il Verbo dice relazione a colui di cui è il Verbo».[16] Il concetto di Logos come relazione è stato ripreso da altri, fra cui il teologo contemporaneo Vito Mancuso (1962)[17][18] o lo storico della filosofia Giangiorgio Pasqualotto.[19]

Altri usi

Nella filosofia contemporanea spesso il termine “logos” è adoperato in senso generico opponendolo al termine mythos. In questa opposizione il mythos corrisponde al pensiero mitico, basato sulle immagini, sull’autorità della tradizione arcaica, su princìpi accettati e condivisi acriticamente, mentre il logos corrisponde al pensiero critico, razionale e oggettivo, in grado di sottoporre al suo vaglio credenze e pregiudizi.

Uso come suffisso

Il termine logos compare come etimo di -logia, suffisso di moltissime parole le quali indicano generalmente discipline e campi specifici di studio, come ad es. teologia, biologia, epistemologia, virologia, ecc. In questo senso il termine può essere tradotto con “discorso razionale su…” o “ciò che si può dire di ragionevole su…” (per replicare i quattro esempi succitati, le discipline indicherebbero ciò che è riconosciuto come discorso ragionevole rispettivamente su Dio, il vivente, la conoscenza e i virus). Etimologicamente quindi, le discipline stanno per il totale delle affermazioni riconosciute come razionali (e quindi argomentabili secondo ragione) sul singolo campo studiato (specificato nel prefisso).

Concetti similari

Al di fuori del pensiero europeo è possibile rintracciare, con le dovute cautele, termini e concetti che è possibile accostare con diversi gradi di similarità, al logos: il Tao nel pensiero cinese, l’Aum in quello indiano, e il dharma in quello buddhista

Altre risorse su:

Ricercare una visione ispiratrice per il percorso: le tre zone del cambiamento

© Articolo a cura di: dott. Daniele Trevisani, Studio Trevisani Formazione, Consulenza e Coaching.

Testo estratto dal volume di Danie

le Trevisani “Regie di Cambiamento”, Franco Angeli editore, Milano.

 

 

 

 

Prima di acquistare un biglietto per una vacanza, occorre decidere il tipo di esperienza che si vuole vivere. È necessario ispirarsi ad una visione, a volte questo significa sognare, guardare oltre, decidere se si desidera viaggiare per far raccolta di fotografie o di emozioni, se stare da soli o in compagnia, e di chi. In altre parole, serve una visione ispiratrice. Anche nel cambiamento organizzativo siamo di fronte a questa scelta di fondo.

Un meta-modello, una visione ispiratrice che governa i modelli specifici di cui ci occupiamo, è il modello metabolico.

Nella nostra prospettiva, ogni soggetto (persona, team o azienda) – impegnato in un percorso di cambiamento – può essere assimilato ad una cellula. Una cellula che “respira” è viva, una cellula chiusa, imprigionata in se stessa, è morta.

Il sistema-cellula scambia informazioni o sostanze con l’ambiente esterno muta, evolve, si sforza di far entrare nutrienti, e cerca di espellere cataboliti (materiali di scarto), veleni o sostanze tossiche.

Agire sul cambiamento significa dare impulso a tali dinamiche.

Ogni sistema vivente, piccolo o grande – se desidera vivere – deve continuamente lavorare per mantenere i suoi equilibri interiori in un ambiente che cambia senza sosta. Il funzionamento descritto assomiglia molto a quello di una macchina, o di un’unità biologica, tuttavia la dinamica del cambiamento psicologico, culturale e organizzativo, non è estranea a questi processi.

Diversi approcci alla psicologia, come la Bioenergetica, riconoscono questo tipo di funzionamento:

un qualsiasi organismo, per quanto complicato, funziona sempre, nel suo insieme, come un’unica cellula. Le funzioni vitali dell’organismo quali l’espansione e la contrazione, la tensione verso l’esterno ed il ritiro in sé o all’indietro, l’assorbimento e l’emissione, sono regolate da quello che è conosciuto come principio del piacere1.

In altre parole, il cambiamento positivo cerca di portare tendenzialmente una persona o un sistema verso uno stato di maggiore piacere e soddisfazione (“andare verso”), rifuggendo da dolore e disagio (“allontanarsi da”).

Questo prototipo di funzionamento generale ha tuttavia delle aberrazioni pratiche e apparentemente illogiche, come la persistenza volontaria in uno stato di disagio, l’assunzione di sostanze (fisiche) o pensieri (mentali) che causano danni all’organismo.

Nel capitolo sull’omeostasi esamineremo come questi fatti siano da collegare ai meccanismi di regressione verso l’abitudine, il tentativo di mantenere equilibri, anche se precari o dannosi, mosso dalla pulsione umana verso la sedentarietà o dalla difesa del carattere da attacchi esterni. Lottare contro questi antagonisti del cambiamento, tra cui la “resistenza” e la regressione, fa parte di un’analisi registica del cambiamento.

In termini metaforici, possiamo evidenziare in un sistema umano che cambia tre differenti attività prima di tutto mentali, che corrispondono ad altrettante operazioni psicologiche concrete: acquisire, consolidare, espellere.

Nel metodo delle regie il cambiamento è visto come un meccanismo nel quale è necessario far luce su (1) cosa sia bene acquisire, far entrare (2) cosa sia bene mantenere, consolidare e (3) di cosa sia invece opportuno disfarsi, abbandonare, lasciare.

Si tratta del principio di base del metabolismo, la cui sostanza vale in ogni processo di cambiamento personale o aziendale, terapeutico o formativo.

Riepilogando, le tre aree di analisi principali individuate nel “modello metabolico” sono:

 

  • Zona 1: rimuovere, abbandonare, disapprendere, lasciar andare, disfarsi di…
  • Zona 2: consolidare, mantenere, aggrapparsi a, rafforzare, ancorarsi a…
  • Zona 3: acquisire, imparare, apprendere, assimilare, far entrare…

 

Il lavoro mentale di focusing (identificare, localizzare, far luce, diradare la nebbia, far emergere) consiste nella ricerca di quali siano i contenuti delle tre aree. Senza un focusing adeguato, un’azione che intende produrre cambiamento può diventare persino controproducente o avere effetti opposti a quelli desiderati, come un pugno sferrato nel buio può rischiare di colpire un amico.

1 AA.VV. (2007), Bioenergetica, in Wikipedia, enciclopedia online (al 4/1/2007).

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflessioni operative:

  • analizzare cosa il soggetto (persona o sistema) deve disapprendere, abbandonare, eliminare dal proprio modo di essere, di agire o pensare; valutare le difficoltà sottostanti nel farlo, gli ancoraggi che rendono il cambiamento difficile, le pulsioni profonde;
  • analizzare e rafforzare gli ancoraggi di identità, di comportamento e di atteggiamento, sui quali si costruisce la propria solidità interiore;
  • valutare i bisogni di apprendimento, sia come conoscenza da immettere, che come comportamenti o atteggiamenti da far entrare per produrre sviluppo positivo.

 

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