Communication Research, Rivista di Comunicazione, Formazione e Coaching

Schede sui nuovi servizi di psicologia del marketing e comunicazione

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Schede di Psicologia del Marketing

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  • Le tecniche di consulenza marketing, formazione vendite e formazione marketing erogate dallo Studio possono essere veicolate solo da formatori aziendali professionali e consulenti aziendali professionali accreditati personalmente dal dott. Daniele Trevisani.
  • I corsi di vendita e formazione vendite, così come i corsi di marketing e comunicazione che utilizzano i modelli esposti devono citare la corretta attribuzione della fonte, in quanto materiali pubblicati, come segue:

Materiale estratto dai volumi di Daniele Trevisani:


Servizio di ricerca libri sul catalogo IBS in Home Page sito Studio Trevisani

  • Il catalogo permette di ricercare libri e volumi su tutta la letteratura italiana oggi disponibile in commercio, in ogni settore e area professionale e culturale.
  • Utile per le attività di studio e preparazione di Corsi Aziendali e Formazione Aziendale, permette di localizzare immediatamente una buona bibliografia di supporto
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Rivista Cr n. 3-2012 – Psicologia, Comunicazione, Formazione, Potenziale Umano

Anteprime inedite dal prossimo libro in uscita il 6 Gennaio 2013 “Personal Energy”, Franco Angeli editore

Articoli di crescita personale

L’autoefficacia, saper lottare, sapersi rialzare. Significato e opportunità

Il motore dell’Energia – La relazione tra energie personali e aspirazioni personali

Articoli di sviluppo manageriale

Formazione per un marketing umanistico e una comunicazione aziendale di qualità

Il valore dei “segni”, la tecnica dell’analisi denotativa e analisi connotativa

Creare spazi di acquisto nei quali il cliente si senta a proprio agio

Altri materiali:

Iniziative di Formazione: Master in Coaching

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Redazione a cura di Medialab Research

Contatti con il Direttore e Curatore, dott. Daniele Trevisani:

  1. Sito web Studio Trevisani Coaching, Potenziale Umano e  Formazione
  2. Facebook –  http://www.facebook.com/dr.daniele.trevisani
  3. Linkedin: http://www.linkedin.com/in/danieletrevisani

Se trovi utili questi contenuti puoi supportare la divulgazione della rivista o segnalarla ad amici o colleghi che tu ritieni la possano apprezzare:

Nuovo libro sulla Psicosintesi e sul lavoro di Assagioli

Un ottimo libro di Petra Guggisberg sulla Psicosintesi, una delle principali Scuole di Psicologia e Psicoterapia, con fortissime implicazioni anche per il Pontenziale Umano e la Formazione.

Il libro è acquistabile anche su IBS al seguente link

Questo libro è un invito rivolto a tutti coloro che desiderano formarsi una visiona ampia ed esauriente dell’evoluzione della psicosintesi, a partire dai primi scritti redatti da Roberto Assagioli agli inizi del ‘900, fino ai preziosi contributi dei suoi allievi diretti e di altri psicosintetisti contemporanei.

Chi era Roberto Assagioli e in che modo le sue vicende biografiche si sono intrecciate con la formulazione del suo pensiero? Quali importanti contributi ha fornito alla nascita e allo sviluppo delle principali forze della psicologia? Come possiamo definire la psicosintesi? Che visione dell’uomo e del suo cammino autorealizzativo propone? In cosa consiste il nucleo essenziale del suo insegnamento?

Con l’obiettivo di rispondere a queste fondamentali domande, il lettore viene condotto in un interessante viaggio che presenta varie tappe obbligate:

• IL FONDATORE DELLA PSICOSINTESI – un’accurata ricostruzione della storia di vita e dell’evoluzione del pensiero di Roberto Assagioli
• LO SFONDO DELLA PSICOSINTESI – la contestualizzazione della psicosintesi rispetto al comportamentismo, alla psicoanalisi, alla psicologia esistenziale-umanistica, a quella transpersonale e alla psicoenergetica
• LA CORNICE DELLA PSICOSINTESI – le definizioni della psicosintesi, il diagramma dell’ovoide, la stella delle funzioni psichiche e le leggi della psicodinamica, le chiavi del processo psicosintetico: conosci, possiedi e trasforma te stesso, le tecniche impiegate e i differenti campi applicativi considerati
• IL CUORE DELLA PSICOSINTESI – la trattazione dettagliata delle sette esperienze fondamentali della psicosintesi, dalle originali enunciazioni di Assagioli alle evoluzioni odierne: la molteplicità dell’animo umano e le subpersonalità, la disidentificazione, l’io personale e il Sé transpersonale, la volontà, il supercosciente, il modello ideale e la sintesi

La guida più completa finora pubblicata sull’argomento.

Indice dell’opera:

INDICE GENERALE – LA VIA DELLA PSICOSINTESIPARTE I: IL FONDATORE DELLA PSICOSINTESI – Una biografia di Roberto Assagioli

 

CAP. 1 GLI ANNI DELLA FORMAZIONE

1. L’infanzia e la prima giovinezza

2. Il trasferimento a Firenze: l’avanguardia letteraria e l’inizio degli studi universitari

3. Gli interessi filosofici e spirituali: l’amore per l’oriente

4. Gli scritti e il pensiero giovanili

5. L’amicizia con Carl Gustav Jung

6. Psiche

CAP. 2 IL CONSOLIDAMENTO DELL’OPERA

1. Gli anni intorno alla prima guerra mondiale

2. Dalla psicagogia alla psicosintesi

3. La seconda guerra mondiale

4. La visione spirituale

5. La ripresa e il consolidamento dell’opera

6. Nella e Ilario

CAP. 3 LA FECONDITÀ DEGLI ULTIMI ANNI

1. Gli anni sessanta: un periodo importante per il movimento psicosintetico

2. Biopsicosintesi e la concezione psicosomatica

3. La fioritura degli ultimi anni

4. La fine e un nuovo inizio

5. Assagioli: il ritratto di un’umanità

PARTE II: LO SFONDO DELLA PSICOSINTESI – Le cinque forze della psicologia

 

CAP. 1 LA PRIMA FORZA: IL COMPORTAMENTISMO

1. Gli antecedenti del comportamentismo

2. I principi fondamentali

3. L’immagine dell’uomo e la terapia del comportamento

4. La psicosintesi e la psicologia della “superficie”

5. Una proposta di sviluppo

6. In conclusione: schema, simbolo o metafora?

CAP. 3 LA STELLA DELLE FUNZIONI PSICOLOGICHE E LE LEGGI DELLA PSICODINAMICA

1. Un confronto: le funzioni psicologiche secondo Jung e secondo la psicosintesi

2. La stella delle funzioni psicologiche

3. L’uomo stellare

4. Le leggi della psicodinamica

CAP. 4. CONOSCI, POSSIEDI, TRASFORMA TE STESSO: L’IMMAGINE DELL’UOMO E I MOMENTI IDEALI DEL PERCORSO PSICOSINTETICO

1. L’immagine dell’uomo

2. Le chiavi del processo psicosintetico

 

CAP. 5 LE TECNICHE IN PSICOSINTESI

1. L’approccio differenziale: per una visione globale

2. La classificazione delle tecniche

 

CAP 6. I CAMPI APPLICATIVI DELLA PSICOSINTESI

1. I risvolti applicativi della visione integrativa in psicosintesi

2. Psicosintesi terapeutica

3. Psicosintesi autoformativa

4. Psicosintesi educativa

5. Psicosintesi interpersonale

6. Psicosintesi sociale

7. La centralità dell’autogestione

PARTE IV: IL CUORE DELLA PSICOSINTESI – Le sette esperienze fondamentali

CAP 1. L’ANIMO MOLTEPLICE E LE SUBPERSONALITÀ

1. La molteplicità e le conflittualità dell’animo umano

2. Gli antecedenti filosofici, letterari e medici

3. L’ottica psicosintetica

4. La vita come gioco e rappresentazione

 

CAP. 2 IDENTIFICAZIONE, DISIDENTIFICAZIONE E AUTOIDENTIFICAZIONE

CAP. 2 LA SECONDA FORZA: LA PSICOANALISI1. Gli antecedenti

2. Le origini della psicoanalisi

3. Lo straordinario contributo dell’opera di Freud

4. L’immagine dell’uomo in psicoanalisi

5. La psicosintesi e la psicologia del “profondo”

CAP. 3 LA TERZA FORZA: LA PSICOLOGIA ESISTENZIALE-UMANISTICA

1. Gli antecedenti

2. La terza rivoluzione in psicologia

3. I principi della psicologia umanistica

4. Implicazioni nell’ambito terapeutico

5. La psicosintesi e la psicologia dell’“uomo”

CAP. 4 LA QUARTA FORZA: LA PSICOLOGIA TRANSPERSONALE

1. Dalla psicologia umanistica alla psicologia transpersonale

2. Stati non ordinari di coscienza e nuova visione dell’inconscio

3. La teoria dello sviluppo transpersonale e il concetto di maturità

4. Il paradigma emergente: la visione sistemica

5. Lo spettro della coscienza

6. La psicosintesi e la psicologia dell’“alto”

CAP. 5 LA “PSICOENERGETICA” E L’OTTICA INTEGRATIVA IN PSICOSINTESI

1. La “psicoenergetica”: una prospettiva ecologica e interdipendente della vita

2. Conclusioni: l’ottica integrativa in psicosintesi

PARTE III: LA CORNICE DELLA PSICOSINTESI – I luoghi e i tempi del percorso

CAP. 1 LE DEFINIZIONI DELLA PSICOSINTESI

1. Gli antecedenti

2. Un atteggiamento, un movimento, una tendenza, una meta

CAP. 2 IL DIAGRAMMA DELL’OVOIDE: LA GEOGRAFIA DELLA PSICHE E I SUOI SIGNIFICATI

1. I limiti dello schema

2. Le sue potenzialità

3. La “topica” assagioliana

4. Una proposta di cambiamento

1. Naturalità del processo di identificazione e disidentificazione

2. Disidentificazione e autoidentificazione

3. Pericoli e difficoltà nel processo di disidentificazione

4. La semplicità dell’esserci: autocoscienza e autoidentificazione

CAP. 3 L’IO PERSONALE E IL SÉ TRANSPERSONALE

1. Una premessa

2. L’io personale

3. L’asse Io-Sé

4. Il Sé transpersonale

CAP. 4 LA VOLONTÀ

1. Tra determinismo e meccanicismo: la volontà “cenerentola” della psicologia

2. Volontarismo, volontà e libertà

3. Anatomia e fisiologia dell’atto volitivo

4. Le tecniche per l’allenamento e lo sviluppo della volontà

CAP. 5 IL SUPERCOSCIENTE O INCONSCIO SUPERIORE

1. Premessa: la realtà fenomenologica dell’esperienza spirituale

2. L’inconscio superiore e gli stati di coscienza transpersonale

3. Modalità e stadi del passaggio di contenuti supercoscienti nel campo della coscienza

4. Ombre e luci dello sviluppo transpersonale

5. La scienza dei tipi umani e le differenti vie di autorealizzazione

6. Le caratteristiche dell’esperienza transpersonale

CAP 6 IL MODELLO IDEALE: CIÒ CHE POSSIAMO E VOGLIAMO DIVENTARE

1. La fase preparatoria: le immagini di sé

2. L’utilizzo del potere creativo dell’immaginazione

3. Attuazione pratica del modello ideale

CAP 7 IL PRINCIPIO DELLA SINTESI: UNITÀ NELLA DIVERSITÀ, DIVERSITÀ NELL’UNITÀ

1. La sintesi come tendenza universale

2. Le differenti sintesi contemplate dalla psicosintesi

3. La sintesi degli opposti

4. Come si attiva il processo di sintesi?

Cosa fanno vedere ai bambini e ai ragazzi

Abbiamo forse perso la capacità di indignarci?

Ci hanno forse presi tutti per deficienti,  e incapaci di reagire? Credono forse che non sappiamo più riconoscere lo schifo?

Pretendiamo che le scuole e i genitori coltivino il Potenziale Umano mentre questi ingoiano dai media tonnellate di porcherie,  modelli comportamentali assurdi, media che espellono e fanno ingoiare immagini di violenza gratuita e permanente. Dai media apprendono ad avere fobie, imparano l’inutile, grazie a media e programmi (televisivi e film) si seminano veleni tossici nelle menti in maturazione dei ragazzi. Film e programmi che si salvano da questo mainstream culturale di “merda visiva” sono davvero pochi.

Ingoiamo porcheria da quasi tutti i programmi e film, con qualche rara eccezione. Ma si pensava ci fosse un limite. Invece, ogni film americano supera il limite successivo. Una conferma da wikipedia su Alien Vs Predator 2: In Italia la visione del film è stata vietata ai minori di 18 anni, mentre negli Stati Uniti solamente ai minori di 17 anni non accompagnati. Questo a causa di una scena in cui un “Predalien” si intrufola in un ospedale e utilizza le gestanti per dar vita ai suoi simili. Immagini incredibili, pesanti, crude, dolorose per chiunque ami i bambini, la vita, e gli esseri umani. Film o non film, non ci sono scuse. Far vedere donne incinta torturate credevo non fosse possibile o pensabile da menti umane, eppure l’hanno fatto. Erano stati chiesti dei tagli, ma la 20th Century Fox ha rifiutato, perciò è scattato il divieto. Ovviamente tutti i ragazzi l’avranno visto comunque… sappiamo come vanno le cose.

Su internet si trova tutto, e più è vietato meglio è. Questo i manager delle aziende cinematografiche lo sanno benissimo. Anche se fanno finta di no.

Quasi tutte le case di produzione cinematografica ammazzerebbero cani e bambini pur di fare soldi… gente indegna, senza un minimo di pudore, di dignità, di rispetto per gli altri e con responsabilità sociale pari allo zero, capaci solo di produrre porcherie, che verranno visionate da ragazzi in fase di crescita, introducendovi veleno e pattume tossico per le menti… complimenti per come coltivate il Potenziale Umano dei ragazzi, complimenti davvero…. dal più profondo del cuore, fate schifo, come persone e come esseri umani… vergognatevi.

Daniele Trevisani

ps… se qualcuno di questi produttori di veleni volesse rispondermi sono qui, tranquilli, vedi la mia mail sul sito http://www.studiotrevisani.it – gli spiego faccia a faccia cosa penso… venite anche accompagnati, non c’è problema

Autoefficacia e resilienza – Preparazione psicologica e allenamento della mente

La scalata verso il pieno possesso delle proprie risorse, preparare la mente a rialzarsi

Articolo e contributi sviluppati in base agli studi di Daniele Trevisani esposti nel volume “Il Potenziale Umano” con il contributo di Studio Trevisani Communication Research & Human Potential, Franco Angeli editore (copyright)

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Autoefficacia: sapere contare sulle proprie risorse reali. Mancanza di autoefficacia: non sentirsi mai all’altezza, essere “imprecisi” nel capire quali sono le nostre vere risorse che potremmo generare, potenziare o allenare. Quando una persona affronta un progetto o una sfida pensando in anticipo di fallire, il suo fallimento è quasi garantito. Ad esempio, non verrà mai tentata una gara, o una nuova tecnica, anche se vi sono possibilità per provarci. La paura di sbagliare o fallire prende il sopravvento. O in un’azienda, non si oserà mai lanciarsi in un progetto nuovo per paura di non farcela.

Resilienza: in estrema sintesi, sapersi rialzare dopo un fallimento, un momento difficile, una caduta, una crisi. Quando si considera il fallimento stesso come una conferma della propria incapacità, anzichè il risultato di svariate cause, alcune delle quali non dipendono da noi, non ci si riproverà e nemmeno (peggio ancora) nè si cercheranno strade alternative o diverse strategie. Resilienza e resistenza sono due concetti molto diversi. Essere resistenti ad un colpo significa sapervi fare scudo. Essere resilienti significa sapersi rialzare o riprendere dopo il colpo.

La preparazione mentale è quindi un obiettivo fondamentale per tutti: per gli sportivi, per chi opera nelle professioni, ma anche e soprattutto per le giovani generazioni che devono imparare a vivere in un gioco (la vita) al quale non si è mai davvero pronti, un gioco sempre ricco di trappole non annunciate e colpi duri che arrivano senza nessun preavviso.

Molti Maestri o formatori sbagliano (e sono stato tra questi) nel cercare di sviluppare la resistenza degli allievi trascurando la loro resilienza. Allo stesso tempo,  molti atleti curano moltissimo la loro forza e potenza ma al primo fallimento grave o trauma grave, abbandonano (caduta di resilienza). Questo ha a che fare con la corretta percezione delle nostre risorse.

Io auguro a tutti di coltivare la nostra capacità di rigenerarci, di tirarci su dopo un fallimento personale o sportivo, di non cedere alle forze negative e coltivare in noi quella potenza psicologica che può farci diventare speciali e utili al mondo come uomini, donne e creature in grado di dare qualcosa agli altri.

Ma so che non sono sufficienti gli “auguri”. In questo articolo cerco quindi di entrare con un pò più di dettaglio nel tema, cercando di fare della resilienza e dell’autoefficacia un vero e proprio progetto per noi stessi e per chiunque vorremmo un giorno aiutare a crescere.

I target delle attività di preparazione psicologica, le variabili su cui agisce, possono essere numerose, citiamo tra queste:

resilienza psicologica e resistenza allo stress;

  • forza emotiva e fragilità emotiva;
  • capacità di percezione;
  • capacità propriocettive (percezione dei propri stati interni);
  • capacità di analisi;
  • capacità di concentrazione;
  • capacità di focalizzazione;
  • capacità di rilassamento;
  • capacità di meditazione;
  • capacità relazionali (es.: empatiche e assertive).

Entra in campo quindi un tema fondamentale, quello della costruzione psicologica e dei suoi metodi. In campo sportivo questo tema è stato accettato e riconosciuto dai trainer e coach più evoluti, come nella testimonianza che segue, mentre viene ignorato dai più.

Rimanendo nella metafora sportiva, la testimonianza seguente viene dall’allenatore di una delle più forti squadre al mondo tra le discipline estreme di combattimento, Chute Boxe e Valetudo (una tecnica in cui sono ammessi i colpi e tecniche provenienti da più arti marziali, condotti realmente e sino al ritiro di uno dei contendenti o al KO).

Rudimar Fedrigo conosce gli ingredienti che hanno portato al successo la sua scuola: “la disciplina, il rispetto, l’amicizia, ecco come conduco la mia accademia da 25 anni. Quando si è il leader bisogna essere fermi e anche duri con i propri atleti. Ma questo non impedisce di essere presenti quando loro hanno bisogno, per aiutarli nei loro problemi personali, sentimentali, ecc. Preparare dei combattenti curando solo ed unicamente la parte fisica e tecnica significa prepararli male. L’aspetto psicologico per me, è ugualmente importante se non di più[1].

E quanto più il gioco si fa duro e competitivo, tanto più il fattore psicologico è in grado di fare la differenza. Questo non solo nello sport, ma anche e soprattutto nella vita quotidiana, o manageriale, che nei contesti odierni pone sfide estremamente difficili per chi la vive a pieno, senza ritirarsi né sfuggirla.

Dal capitolo 3 del volume “Il Potenziale Umano”

Senso di autoefficacia

Se credo di poterlo fare,

acquisirò sicuramente la capacità di farlo,

anche se all’inizio non dovessi averla

Mahatma Gandhi

L’autoefficacia è un concetto che fa riferimento al “senso delle proprie possibilità”. La coscienza di ciò che è veramente nella sfera delle nostre possibilità e quello che non lo è in un certo momento, ci permette di fare letture corrette della situazione e dei compiti che ci attendono, senza cadere vittima di demoralizzazione precoce o inutile.

Bandura[2], sviluppatore del concetto sul piano scientifico, considera che l’autoefficacia percepita sia un insieme di credenze che le persone possiedono rispetto alle loro capacità di produrre livelli designati di performance specifiche (non generali), esercitare influenza sugli eventi e sulle proprie vite.

Include, inoltre, l’atteggiamento positivo verso la capacità di raccogliere sfide o porsi nuove sfide.

Nel nostro metodo, riteniamo che l’autoefficacia dipenda largamente dall’autostima ma anche dalla consapevolezza corretta, non distorta, dei repertori di esperienze e competenze possedute e di ciò che con quei repertori possiamo fare. Spesso queste possibilità sono enormi e inesplorate.

L’autoefficacia produce il fatto di non abbandonare di fronte a punti d’arresto, perseverare (resilienza),  lavorando per ottimizzare i propri progetti, consapevoli della forza intrinseca che essi possono avere.

Come evidenziato in un articolo del Wall Street Journal, in un brano dal titolo illuminante: “Se all’inizio non hai successo, sei in una azienda eccellente”, i veri successi sono spesso preceduti da dinieghi o porte chiuse[3].

Tra i casi citati: il libro di J. K. Rowling rifiutato da 12 editori prima che una piccola casa editrice londinese lo pubblicasse come “Harry Potter e la Pietra Filosofale”, un successo mondiale. La Decca Records che, in uno dei primi provini dei Beatles, disse “non ci piace il loro suono”. Walt Disney fu licenziato da un editor di un giornale, dicendo che egli “mancava di immaginazione.” Michael Jordan (il più grande giocatore di basket della storia) non venne considerato da ragazzino all’altezza del team di basket della sua scuola superiore.

Senza una sana dose di autoefficacia e di resilienza, queste persone avrebbero abbandonato la propria strada.

L’autoefficacia richiede la consapevolezza dei propri strumenti operativi (tools funzionali) e dei propri strumenti analitici e conoscitivi di base (meta-strumenti). Sapere di poter imparare vale più della conoscenza in sé.

Se diminuisce la percezione di disporre di tali strumenti, prevalgono atteggiamenti di rinuncia, la continua richiesta di aiuto anche su ciò che è invece nel nostro campo di fattibilità, l’immagine di “non essere ancora pronto per…”, o il sentimento negativo “non fa per me, e non ci posso nemmeno provare, o prepararmi per…”.

L’autoefficacia richiede un certo grado di accettazione ragionata del rischio e la consapevolezza che – per molti task – non è indispensabile la perfezione prima di poter passare all’azione. Spesso è sufficiente una dose di comprensione (attuale o potenziale) della materia, un buon spirito di adattamento e una buona capacità generale di problem solving, per poter affrontare larga parte dei problemi o sfide manageriali, sportive, o personali.

La consapevolezza delle proprie meta-competenze è un punto basilare.

Non è necessario avere già fatto qualcosa per sentire di poterlo fare, ma è indispensabile avere coscienza della propria capacità di generare soluzioni, di analizzare problemi, di comprendere dinamiche, e sapere di poter apprendere. Questi meta-fattori aiutano ad accettare anche sfide e compiti sui quali non esiste ancora esperienza specifica diretta o consolidata.

L’autoefficacia non deve diventare sensazione di onnipotenza o delirio, va dovutamente bilanciata con la saggezza e senso pratico, ma questi ancoraggi al realismo non devono impedire di perseguire un sogno difficile che abbia qualche probabilità di successo. La paura di fallire o incontrare difficoltà non deve fermare aspirazioni giuste e sogni sfidanti.

Il caso di un docente cui viene chiesto di fare una lezione su temi non esattamente pertinenti alla propria formazione, ma vicini, è un esempio concreto. La flessibilità mentale è un fattore vincente.

Un docente che insegna statistica ed ha basso livello di autoefficacia non accetterà di insegnare una materia come la Qualità Totale (trovandovi molte differenze rispetto alla propria), mentre al contrario sarebbe assolutamente fattibile. Tale materia è ampiamente basata su metodi statistici. Aumentando l’autoefficacia, la stessa persona potrà lanciarsi verso l’insegnamento di Qualità Totale, ma anche altro, es.: Metodi di Ricerca, sapendo di avere sia una buona base e soprattutto le capacità di apprendimento che servono per poter acquisire ciò che manca.

In sostanza, quel docente conosce già almeno il 90% di un possibile programma, e sa che potrà apprendere il rimanente 10% con poco sforzo. Un individuo con bassa autoefficacia si concentrerà sul 10% da apprendere e sul come apprenderlo, un individuo con bassa autoefficacia lo vedrà come “quel 10% che manca, per cui non si può fare”. Una differenza notevole!

Lo stesso vale per un istruttore di karatè cui viene richiesto di insegnare difesa personale. Un istruttore con alto livello di autoefficacia capirà immediatamente che le sue skill di base sono ampiamente sufficienti ad insegnare a qualcuno come difendersi, e se percepisce una lacuna nel suo set di conoscenze si adopererà per colmarla. Un istruttore con basso livello di autoefficacia coglierà ogni possibile “scusa” per non farlo: “non è la mia materia”, “non so come si faccia”, “non sono preparato” etc.

Un’alta autoefficacia è basata sull’orientamento a cogliere, in ogni sfida, ciò che è fattibile, ciò che è realizzabile o quantomeno tentabile, e la ricerca autonoma di strumenti per colmare le eventuali carenze.

Una bassa autoefficacia vede la dominanza di un orientamento a cogliere la parte negativa della sfida, la concentrazione prevalente sulle proprie lacune e non sulle proprie possibilità, l’assenza di sforzi per dotarsi di strumenti ulteriori che permetterebbero di sentirsi all’altezza.

Allo stesso tempo, l’autoefficacia si correla alla consapevolezza di dove, quanto e come siamo in grado di potercela fare da soli. Questo punto (indipendenza e autonomia) non deve essere confuso con una chiusura verso l’esterno e verso l’aiuto. Autoefficacia anzi significa anche capire e volere l’aiuto che serve a compiere un progetto, ma con una consapevolezza di dove realmente si colloca il confine delle proprie capacità autonome e dove è importante ricercare aiuto. Coltivare coscienza di sé è fondamentale.

Le persone che sviluppano un alto livello di autoefficacia hanno credenze positive sulle loro capacità di raggiungere i goal, accettano sfide superiori, e provano con maggiore forza e impegno a raggiungere i loro obiettivi, dando il massimo delle loro capacità.

Chi ha una alta autoefficacia, pensa, agisce e affronta una sfida come se stia per avere successo. Chi ha bassa auto efficacia intraprende la sfida dandosi per perdente dall’inizio.

Diventa essenziale per ogni coach o counselor capire a quali modelli di autoefficacia sia stata esposta una persona, quali abbia assimilato, quali siano attivi, e soprattutto se vi siano dissonanze interiori o modeling negativi da fonte genitoriale o sociale, attivi sulla persona.

Alcune domande chiave da porsi o da porre in termini di coaching:

  • Che desideri stai frenando per colpa di competenze che ti mancano?
  • In quali campi ti senti efficace e in quali meno?
  • Guardandoti indietro, cosa tenteresti adesso? Quali progetti, idee o ambizioni hai frenato perché non ti consideravi all’altezza?
  • Guardando avanti, cosa ti darebbe soddisfazione, cosa vorresti dire di aver fatto tra 10 anni?
  • Di cosa ti pentiresti se dovessi pensare di morire senza aver fatto qualcosa cui tieni? Cosa in particolare?
  • Cosa vorresti poter dire di aver fatto di buono, la prossima settimana?
  • Facciamo un elenco di idee o progetti anche ambiziosi che ti darebbero gratificazione, sogniamo ad occhi aperti per un pò.
  • Se dovessimo pensare ad una tua giornata ideale, come sarebbe?
  • In un anno ideale, cosa faresti?
  • Quanto siamo lontani adesso da (… sentirsi bene, sentirsi felici, sentirsi gratificati, aver raggiunto i tuoi scopi, etc…), e perché secondo te?

Nell’osservare i propri ragionamenti, o quelli di un cliente, ci si potrà concentrare non solo sui contenuti, ma anche sul senso generale di possibilità, di autoefficacia, di padronanza, sulle auto-percezioni, sulle credenze che trasudano, sugli archetipi di sè che emergono, sullo spirito di avventura e ricerca, o invece di rinuncia e disfattismo che permeano la persona. Su questi sarà importante lavorare seriamente, ancor più che sui contenuti.

Principio 7 – Autoefficacia

Le energie mentali diminuiscono o si esauriscono quando:

  • l’individuo non è consapevole delle proprie potenzialità reali;
  • l’individuo non è consapevole di come le proprie meta-competenze possano trasformarsi in competenze applicative su nuovi compiti;
  • l’individuo coglie prevalentemente gli aspetti di difficoltà di una sfida e non quelli di fattibilità;
  • l’individuo non si attiva in una ricerca autonoma di strumenti per colmare i propri gaps percepiti;
  • l’individuo sviluppa eccessiva dipendenza sugli altri per portare a termine un compito e non sa contare sulle proprie forze interiori, o percepirle correttamente.

Le energie mentali aumentano quando:

  • l’individuo prende coscienza delle proprie potenzialità, sia teoriche, che per prova diretta;
  • l’individuo prende coscienza delle proprie meta-competenze e della possibilità di tradurle in competenze applicative in campi nuovi;
  • l’individuo tiene in considerazione i margini di fattibilità di una sfida e non solo quelli di difficoltà, applicandosi per aumentare le opzioni positive;
  • l’individuo è proattivo e si adopera attivamente in interventi che aumentano le proprie risorse o colmano gap, e in progetti di apprendimento e accrescimento;
  • l’individuo ha pieno accesso alla proprie forze interiori, sa individuare bene quante e quali sono le proprie energie, competenze e abilità.

[1] AA.VV. (2004), La Chute Boxe sarà più dura, Reportage da “Fight Sport”, n. 2, ottobre 2004, p. 44.

[2] Bandura, A. (1994), Self-efficacy, in V. S. Ramachaudran (Ed.), Encyclopedia of human behavior (vol. 4, pp. 71-81), Academic Press, New York (Reprinted in H. Friedman [Ed.], Encyclopedia of mental health, San Diego, Academic Press, 1998).

Bandura, A. (1986), Social foundations of thought and action: A social cognitive theory, Englewood Cliffs, NJ, Prentice-Hall.

Bandura, A. (1991a), Self-efficacy mechanism in physiological activation and health-promoting behavior, in J. Madden, IV (Ed.), Neurobiology of learning, emotion and affect (pp. 229- 270), Raven, New York.

Bandura, A. (1991b), Self-regulation of motivation through anticipatory and self-regulatory mechanisms, in R. A. Dienstbier (Ed.), Perspectives on motivation: Nebraska symposium on motivation (Vol. 38, pp. 69-164), University of Nebraska Press, Lincoln.

[3] Beck, M. (2008), If at First You Don’t Succeed, You’re in Excellent Company, The Wall Street Journal, April 29, p. D1.

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Articolo e contributi sviluppati in base agli studi esposti nel volume “Il Potenziale Umano” di Daniele Trevisani, Studio Trevisani Communication Research & Human Potential, Franco Angeli editore (copyright)



Nuove capacità di analisi: competenze emotive e riconoscimento delle emozioni

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© Daniele Trevisani. Tutto il materiale citato in questo articolo è copyright Studio Trevisani, e non può essere utilizzato senza autorizzazione scritta.

Nuove competenze emotive (mood awareness, mood labeling, mood monitoring, cognitive la­beling)

Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio.

(Jacques Prévert)

 

Estratto da: Il Potenziale Umano, di Daniele Trevisani

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Le aziende possono creare i migliori prodotti. Ma se chi li vende non è all’altezza, non si venderanno. Questo vale anche per i Manager. Se chi gestisce le persone non riesce a capirne l’animo, avremo aziende spente e demotivate. Nuove competenze di formazione diventano estremamente urgenti…

L’umore è uno degli elementi più esplicitamente correlati alle energie mentali, e dalle forti capacità “contagiose”, in bene e in male.

Un umore è una condizione emotiva di maggiore durata rispetto al­l’emozione istantanea, e meno collegata ad un singolo evento scatenante.

I tipi di personalità sono invece tratti più duraturi che predispongono a tipi di umore specifici. Lottare contro l’eredità umorale appresa è una sfida nobile.

Secondo Thayer, l’umore è un prodotto di due dimensioni, l’energia e la tensione[1]. Gli umori positivi avvengono in zone di energie elevate e stato di calma, mentre ci sentiamo peggio quando siamo in condizione di basse energie fisiche accompagnate a tensione emotiva.

Bassi livelli di energie mentali sono in genere accompagnati da condizioni umorali negative, tristezza, depressione, mentre alti livelli sono accompagnati da stati positivi, dal rilassamento sino alla gioia e all’euforia.

Ciò che ci interessa maggiormente in termini di coaching analitico è il concetto di mood awareness[2], la consapevolezza dello stato umorale, una capacità specifica ed allenabile, composta da mood labeling (saper etichettare lo stato emotivo in corso) e mood monitoring (saper monitorare l’anda­mento del proprio umore, coscientemente, tener traccia delle variazioni).

Il labeling, in particolare, rappresenta il ponte essenziale tra il sentimento interno e la possibilità di comunicarlo.

Comunicare ad altri come ci si sente è importantissimo, ed è tema di cui si occupano molte ricerche, che giungono a inquadrare il concetto di empatia interna[3], o la capacità di capirsi. Questa dipende anche dalla capacità di trovare etichette (verbali) per gli stati cognitivi e per i sentimenti vissuti.

Conoscere i propri stati e non negarli è essenziale, ma poi serve la capacità di descriverli e – soprattutto –  l’occasione fisica, vera, di parlarne a qualcuno che ci ascolti.  Trovare oggi chi sia in grado da farci da contenitore emotivo è qualcosa di estremamente raro, ma non è su questo che mi voglio soffermare ora. Il fattore tecnico è che anche quando questa occasione di ascolto accade, non siamo sufficientemente capaci di esprimere i nostri veri sentimenti con precisione. Di questo ogni coach, leader o psicologo dovrebbe tenere conto.

Più in generale, la capacità di riuscire a dare nome e descrizione ai processi mentali in corso (cognitive labeling skills) permette di crescere psicologicamente.

Infatti, non è per nulla scontato sapere come ci si sente, riuscire a riflettervi sopra analiticamente, o riuscire a comunicarlo, prima che gli umori diventino distruttivi. Molti subiscono lo stato umorale passivamente, o non riescono a condividerlo, o essere ascoltati, e in questo modo non arrivano a scardinare i meccanismi che lo generano, o replicare stati positivi.

Le energie mentali producono specifici stati umorali. Nella fig. 2 vediamo diverse tipologie.

La domanda primaria rispetto allo schema evidenziato è “come ti senti?” L’attività di scavo deve riguardare invece il “perché ti senti così?”

All’interno delle risposte devono essere notati e scoperti i meccanismi di ragionamento che depotenziano e corrodono l’umore, le azioni e stili di vita che avvizziscono la persona, gli stili cognitivi disfunzionali, le aree su cui lavorare, e tutte le azioni invece positive da consolidare e rinforzare.

La psicoenergetica nel metodo HPM si occupa dei fattori psicologici che producono tali stati soggettivi o livelli di umore.

In questo lavoro, non è possibile astenersi dal giudizio, non è possibile evitare di applicare valori e criteri di riferimento personali.

In questo, il coaching differenzia sostanzialmente dalla psicoterapia non direttiva, in quanto arriva a dare giudizi di valore e indicare strade da perseguire.

Note di formazione:

Per essere migliori sul piano della gestione emozionale occorre prima di tutto conoscere le proprie emozioni.

  • L’auto-empatia è la capacità di dialogare internamente alla ricerca dei propri stati emotivi, dei propri vissuti, dei blocchi e barriere che impediscono il raggiungimento di obiettivi personali e del benessere manageriale/psicologico.
  • La pratica dell’auto-empatia richiede training adeguato e volontà di non fermarsi alla superficie del proprio stato esistenziale.

Uno degli obiettivi dell’auto-empatia è la capacità di rilevare gli scostamenti tra stati emotivi ideali e stati esperiti nel momento attuale o in altre condizioni di vita. Lo scostamento XY misura l’asse di sviluppo emozionale ricercato.
L’autoempatia viene ottenuta, secondo i principi sviluppati da Studio Trevisani, tramite varie tecniche:

  • Il metodo X-Y: Occorre avviare un dialogo interiore emozionale….es: Vorrei sentirmi così (Y)… ed invece mi sento così…. (X) e decidere di avviare cambiamenti ove troviamo scostamenti importanti.
  • per le emozioni consapevoli: tecniche di profilazione degli stati emotivi – creazione del proprio profilo emotivo tramite strutture di differenziale semantico
  • per le emozioni inconsapevoli, subconscie e inconscie: tecniche di auto-ascolto emozionale corporeo
  • per la rilevazione dei trend e stressor emozionali lo Studio ha sviluppato tecniche di autonarrazione e autodiagnosi che comprendono attività di rilevazione sia quotidiana che settimanale.
  • di grande aiuto per avviare un percorso è la tenuta di un diario personale nel quale appuntare le situazioni critiche dal punto di vista emozionale e le reazioni avute, cercando di identificare esattamente cosa ha provocato le reazioni emozionali, le specifiche frasi, persone, situazioni o luoghi

L’aiuto di un terapeuta o counselor può accelerare notevolmente il processo di autoempatia, soprattutto utilizzando un approccio misto, di tipo sia rogersiano (tecniche di ascolto non direttivo) che tramite metodi direttivi.


[1] Thayer, R. E. (1989), The biopsychology of mood and arousal, Oxford University Press, New York, NY.

Thayer, R. E. (1996), The origin of everyday moods: Managing energy, tension and stress, Oxford University Press, New York, NY.

Thayer, R. E. (2001), Calm Energy, Oxford University Press, New York, NY.

[2] Woodhouse, S. S., Gelso, C.J. (2008), Volunteer Client Adult Attachment, Memory for In-Session Emotion, and Mood Awareness: An Affect Regulation Perspective, Journal of Counseling Psychology, v. 55, n. 2, pp. 197-208, Apr.

[3] Jackson, E. (1986), Internal Empathy, Cognitive Labeling, and Demonstrated Empathy, Journal of Humanistic Education and Development, v. 24, n. 3, pp. 104-115, Mar.



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