Resilienza: potenziare il sistema

Copyright, utilizzabile con citazione della fonte come estratto dal libro: Daniele Trevisani (2015), “Il coraggio delle emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale“, Franco Angeli editore, Milano, 2015

Lavorare sulla resilienza o irrobustimento del potenziale di un sistema

I programmi di Resilience Engineering (ingegneria della resilienza, o irrobustimento del potenziale di un sistema) sono finalizzati ad individuare le falle nascoste e anticipare errori latenti, anche se per ora non stanno dando problemi.

Si tratta di un lavoro anticipatorio molto importante anche per chi opera sul potenziale umano. Ad esempio, un Coach sportivo può e deve preoccuparsi della tenuta delle articolazioni di atleti giovani e non più giovanissimi, anche se la persona non manifesta problemi nel qui e ora, e promuovere l’assunzione di integratori che aiutano la funzionalità delle cartilagini.

Lo scopo è prevenire un problema che ora non esiste, ma può presentarsi con buona probabilità e chiudere definitivamente la carriera di una persona.

Lo stesso vale in azienda per lo studio delle lingue in giovani che ora operano in ufficio, a livello Junior, ma con buona probabilità dovranno essere impegnati in attività future di contatto con clienti esteri.

Un’organizzazione ad alta resilienza sa far fronte a colpi e variazioni ambientali, mentre un’organizzazione fragile funziona solo se non subisce scossoni e colpi inattesi.

Compito del Coaching è anche quello di irrobustire persone e organizzazioni verso i colpi provenienti dall’esterno e metterli in condizione di affrontare scenari che variano, anche imprevedibili.

La resilienza non è una condizione ma un processo: la si costruisce lottando.
(George Vaillant)

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Copyright, utilizzabile con citazione della fonte come estratto dal libro: Daniele Trevisani (2015), “Il coraggio delle emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale“, Franco Angeli editore, Milano, 2015, cap. 4.10

Free add-on: fattori di rischio che riducono la resilienza e fattori protettivi che incrementano la resilienza nel bambino, modello elaborato da https://www.kidsmatter.edu.au/

 

Il coraggio di attaccare i problemi

#emozioni #coraggio – Estratto con modifiche dal libro “Il Coraggio delle Emozioni” di Daniele Trevisani

Il Coraggio delle Emozioni. di Daniele Trevisani, Franco Angeli editoreI problemi possono essere ignorati. Rimarranno, non se ne andranno da soli. Ma non solo. Ne innescheranno altri a catena.

I problemi possono essere evitati. Si spererà che qualcun altro li risolva per te, vigliaccamente, magari toccherà risolverli ai tuoi figli o i tuoi nipoti.

I problemi si possono riconoscere e affrontare. Incontrare le difficoltà è una parte della vita, operarsi per risolverle e migliorare la nostra società, le nostre aziende, le nostre vite, è una via del coraggio

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La parola “coraggio” è molto interessante: viene dalla radice latina cor, che significa “cuore”;

quindi essere coraggiosi significa vivere con il cuore….

…la via del cuore è la via del coraggio: essa significa vivere nell’insicurezza, nell’amore, nella fiducia e ti orienta verso l’ignoto.

È la via che ti fa abbandonare il passato e ti apre al futuro.

Essere coraggiosi significa incamminarsi su percorsi pericolosi. La vita è pericolosa, solo i codardi evitano i pericoli e, così facendo, sono già morti.

(Osho)

 

La sfida del potenziale umano consiste nello scoprire come fare i conti con la paura. Non si tratta di un atteggiamento autodistruttivo o di gettarsi nel fuoco tanto per provare. Nemmeno di provare a farsi male quando questo sia certo.

Si tratta di sconfiggere le sensazioni di paura immotivate che sono radicate in noi e quelle che ci limitano solamente ma non hanno radici nella realtà se non in noi.

La persona forte è proprio quella che va avanti e nel frattempo ha paura, ma persevera. Vado avanti nonostante la paura: questo è atteggiamento eroico.

A volte si tratta persino del vincere la paura di riposare in un ambiente dove tutti corrono come formiche. Sia quello che sia.

Quando un certo atteggiamento combattivo si consolida, diventa schema mentale e comportamentale. La “percezione delle cose”, come nel giovane combattente del film “300”, è diversa in chi guarda gli eventi e il futuro con spirito di lotta rispetto a chi guarda il mondo con spirito di rinuncia.

 

Non è la paura a governarlo, ma solo una cresciuta percezione delle cose: l’aria fredda nei polmoni,

i pini piegati dal vento della notte che incombe.

Le sue mani sono ferme. La sua forma: perfetta.

(Dal film: “300” di Zack Snyder)

 

L’abitudine all’ambiente negativo accettato senza lottare porta a uno stato di apatia, mancanza di uno stimolo di reazione adeguato. Si finisce per non sentire più il veleno che circola, l’aria viziata o velenosa.

Si finisce per non lottare.

Al contrario, le frasi dal film “300” evidenziano bene lo spirito combattivo che vigeva a Sparta.

 

Qui è dove li bloccheremo…

Qui è dove combatteremo…

Qui è dove moriranno!

 

Questo spirito viene inculcato e assorbito durante la crescita:

 

gli insegnarono a non indietreggiare mai a non arrendersi mai,

gli insegnarono che la morte sul campo di battaglia al servizio di Sparta era la gloria più grande che la vita avrebbe potuto offrirgli.

 

Il concetto di onore si associa a quello della lotta per una causa.

 

Soldato Spartano: Mio re! È un onore morire al tuo fianco…

Re Leonida: è un onore aver vissuto al tuo…

 

Un’ulteriore caratteristica del clima combattivo è un clima psicologico permeato di forza e coraggio, la presenza di un atteggiamento, esteso e permeante di non-rassegnazione. Uno spirito che a Sparta tocca tutti:

 

(messaggero) Le vostre donne saranno fatte schiave…

(Leonida, Re di Sparta) Evidentemente non conosci le nostre donne… avrei potuto mandare anche loro a combattere.

 

Ogni persona vive in un certo clima psicologico circostante e ne assorbe dei tratti, venendone potenziato o depotenziato. Il suo scatto di orgoglio sa nell’andare oltre questo clima, soprattutto quando questo è depotenziante.

La realtà psicologica non è sempre simile a quella di Sparta, non sempre, non per tutti, non ovunque. Ma la dobbiamo cercare.

 

Ultimo, ma assolutamente non meno importante, il coraggio – il coraggio morale, il coraggio delle proprie convinzioni, il coraggio di vedere attraverso le cose. Il mondo è in costante cospirazione contro i coraggiosi. È una battaglia vecchia come il tempo – il ruggito della folla da un lato e la voce della tua coscienza dall’altro.
(Douglas Macarthur)

 

La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso… Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale…
(Dal film Into the wild)

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Estratto con modifiche dal libro “Il Coraggio delle Emozioni” di Daniele Trevisani

Stati di Flusso: quando il tempo si ferma

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

 (Albert Einstein)

Una delle variabili più significative nel denotare la presenza di uno stato di flow è la sensazione che il tempo si arresti, la perdita di coscienza del tempo, dovuta al grande livello di immersività nell’esperienza e al piacere del vissuto.

Anche durante tecniche di rilassamento particolarmente riuscite, possono trascorrere 40 minuti senza che la persona se ne renda assolutamente conto.

Ciascuno può fare le proprie riflessioni.

Posso citare personalmente situazioni di conferenze o corsi in cui ho visto i partecipanti perdere il senso del tempo e saltare la pausa, o andare oltre l’orario perché rapiti dall’esperienza. Evidentemente in quei momenti il relatore è stato in grado di innescare uno stato di picco o di flusso.

Lo stesso mi è accaduto come maestro di arti marziali durante lezioni particolarmente sentite, o come agonista, durante alcune competizioni, o quando in uno sparring (combattimento svolto in allenamento) sembra non esistere nient’altro che l’esperienza in sé, ogni altro pensiero va sullo sfondo, e la piacevolezza dell’esperienza riempie tutta l’attenzione cosciente.

Ma non va sempre così.

In altri momenti riconosco situazioni in cui il tempo non scorre, o va a rilento, e si crea una condizione di stallo, e non ci si riesce ad esprimere.

Ho anche visto pubblici cadere assonnati dopo pochi minuti in cui un relatore parlava in modo monotono e senza espressività.

Ciascuno può fare una propria autoanalisi.

Trattare il potere personale richiede di valutare come creare e ricercare la  condizione di picco, le peak performance, lo stato di flusso (flow-state) o esperienza di flusso (flow-experience), lo sblocco della tendenza attualizzante e una incessante volontà di lasciarla fluire.

La tendenza attualizzante è un potente concetto della psicologia umanistica, riferito all’attualizzare (far diventare atto e non solo sogno) il proprio potenziale umano.

Come Coach, consulenti, trainer o formatori, lavoriamo per produrlo negli altri, questo obiettivo interessa ogni essere umano.

Quando questi obiettivi vengono raggiunti, la condizione del lavoro o del vivere quotidiano diventa essa stessa esperienza di crescita.

Il lavoro si trasforma da incombenza a esperienza di autorealizzazione, e le performance semplicemente accadono, succedono, perché le condizioni energetiche raggiunte lo consentono, naturalmente.

Le stesse dinamiche avvengono all’interno di un team sportivo, di una squadra professionistica, di un team aziendale che funziona bene, o di un club legato da una passione comune.

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore

 

 

 

 

Approfondimento sul Flow (da Wikipedia)

Flusso

In psicologia, il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale (spesso citato come trance agonistica nel linguaggio sportivo), è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività.

Questa condizione è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo: focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Il concetto di flusso fu introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi nella sua teoria del flusso, e si è poi diffuso in vari campi di applicazione della psicologia, come lo sport, la spiritualità, l’istruzione, o la seduzione.[1]

Il meccanismo

In ogni momento, ciascun individuo riceve una grande quantità di informazioni provenienti dal mondo circostante; gli psicologi hanno scoperto che la mente ne può gestire solo un certo numero alla volta: circa 126 bit di dati al secondo in base allo studio di Csíkszentmihályi del 1956. Al contrario, un’intera conversazione “pesa” circa 40 bit, cioè un terzo della nostra capacità, e questo è il motivo per cui non è facile focalizzare l’attenzione su altre attività quando si sta tenendo un discorso.

Generalmente ogni individuo è in grado di decidere su cosa vuole concentrare la propria attenzione. Tuttavia, quando si è in stato di flusso si è completamente assorbiti nell’azione e, senza prendere coscientemente una decisione, si perde la consapevolezza di tutte le altre cose: tempo, persone, distrazioni e persino esigenze fisiologiche. Ciò si verifica perché tutta l’attenzione è occupata da quella particolare azione e non ne resta per le altre attività, pur necessarie.

Per testare il flusso nell’esperienza cosciente, Csíkszentmihályi ha utilizzato il metodo del campionamento dell’esperienza: per tutta la durata dello studio i partecipanti devono indossare un cercapersone e, contattati a intervalli di tempo casuali, devono fornire un resoconto dei propri pensieri su un questionario. Questi studi hanno dimostrato che le persone si sentivano più attivate positivamente quando svolgevano compiti impegnativi, per i quali ritenevano di possedere le abilità necessarie.

Le condizioni identificate nel flusso coincidono con le condizioni di massima motivazione e prestazione riscontrate a proposito del goal setting. Se le persone si percepiscono efficaci, i compiti con obiettivi impegnativi non rappresentano un peso, ma sfide gratificanti.

Componenti dell’esperienza ottimale

Bambino concentrato in un’attività

Csikszentmihalyi individua i seguenti fattori che, pur potendo apparire indipendentemente l’uno dall’altro, in realtà sono in combinazione tra loro e costituiscono la cosiddetta esperienza di flusso:[2][3]

  1. Obiettivi chiari: le aspettative e le modalità di raggiungimento sono chiare.
  2. Concentrazione totale sul compito: un alto grado di concentrazione in un limitato campo di attenzione (la persona non ragiona su passato e futuro ma solo sul presente).
  3. Perdita dell’autoconsapevolezza: il soggetto è talmente assorto nell’attività da non preoccuparsi del suo ego.
  4. Distorsione del senso del tempo: si altera la percezione del tempo. Non si rende conto del suo scorrere.
  5. Retroazione diretta e inequivocabile: l’effetto dell’azione deve essere percepibile dal soggetto immediatamente ed in modo chiaro.
  6. Bilanciamento tra sfida e capacità: l’attività non è né troppo facile né troppo difficile per il soggetto.
  7. Senso di controllo: la percezione di avere tutto sotto controllo e di poter dominare la situazione.
  8. Piacere intrinseco: l’azione dà un piacere intrinseco, fine a se stesso (esperienza autotelica).
  9. Integrazione tra azione e consapevolezza: la concentrazione e l’impegno sono massimi. La persona è talmente assorta nell’azione da fare apparire l’azione naturale.[4]

Etimologia

Csikszentmihaly utilizzò il termine inglese flux: flusso, corrente per definire nel 1975 uno stato mentale descritto da molte persone da lui intervistate come una corrente d’acqua che li trascinava[3]. Nei libri Optimal Experience: Psychological Studies of Flow in Consciousness[5] e “Flow: The Psychology of Optimal Experience”[6] del 1990 egli parlò dell’esperienza che si prova durante il flusso come un'”esperienza ottimale”, in cui la prestazione è al culmine e lo stato d’animo è positivo. Quando le sfide e le capacità son contemporaneamente sopra la media, l’esperienza ottimale emerge.

Flusso di gruppo

Csikszentmihalyi suggerì varie maniere in cui un gruppo può lavorare in modo che ciascun membro si trovi in uno stato di esperienza ottimale. Le caratteristiche che tali gruppi devono includere sono:

  • Spazio di lavoro organizzato in maniera creativa con sedie, pareti decorate, cartine ma niente tavoli per permettere il lavoro in piedi, con il movimento.
  • Spazio ricreativo con grafici indicanti le informazioni in ingresso, diagrammi di flusso, riassunti del progetto, spazio alla follia, luoghi franchi dove si può dire tutto ciò che altrove è solo pensato, parete con i risultati, temi aperti.
  • Lavoro parallelo e organizzato.
  • Concentrazione sugli obiettivi di gruppo.
  • Sviluppo di obiettivi esistenti (prototipi).
  • Incremento dell’efficienza attraverso la visualizzazione.
  • Differenze tra i partecipanti sono un’opportunità, più che un ostacolo.

Applicazioni

Apparentemente Csikszentmihalyi è il solo ad aver pubblicato suggerimenti specifici per il raggiungimento dello stato di flusso, come metodi per la progettazione di spazi per il gioco che facilitino l’ottenimento dell’esperienza ottimale. Altri autori invece si sono concentrati sull’uso dello stato per migliorare attività, come la spiritualità, il rendimento in molte aree tipo negli affari,[7] improvvisazione libera, psicologia sportiva e stand-up comedy.[8]

Religione e spiritualità

Csikszentmihalyi è stato forse il primo a descrivere questo concetto nella psicologia occidentale ma, come lui stesso riconosce, non è stato il primo a quantificare il concetto di flusso o a sviluppare applicazioni basate sul concetto.

Per millenni i seguaci delle religioni orientali come l’Induismo, il Buddismo ed il Taoismo hanno perseguito il superamento della dualità tra mente e corpo come elemento centrale dello sviluppo spirituale, sviluppando una serie di teorie sul superamento di tale dualità, attraverso la pratica spirituale.

I praticanti di varie scuole di Buddismo Zen applicano concetti simili a quello di “flusso” nella pratica della loro arte, come nel caso dell’aikido, kendo e ikebana. Nella tradizione yoga si fa riferimento allo stato di “flusso”[9] per quanto riguarda la pratica dello Samyama, la focalizzazione della psiche sull’oggetto della meditazione.[10]

Istruzione

In materia di istruzione esiste il concetto di sovrapprendimento che sembra essere strettamente collegato all’esperienza ottimale, secondo lo stesso Csikszentmihalyi.[6] Infatti il sovrapprendimento permette la concentrazione mentale, visualizzando i risultati desiderati, come qualcosa di unico, l’azione integrata piuttosto che insieme di azioni.

Sport

Nel linguaggio sportivo spesso si parla di trance agonistica, concetto che nei paesi anglosassoni è definito come la “zona”, “stare nella zona”, indicando durante una prova atletica uno stato mentale che combacia perfettamente con la descrizione fatta da Csikszentmihalyi dell’esperienza ottimale. Le teorie e le applicazioni di tale stato e la sua relazione con la prestazione atletica sono argomenti di studio nella psicologia applicata allo sport.

Il famoso calciatore Pelé ha descritto la sua esperienza di stare nella zona come “se provassi una strana calma… una specie di euforia. Sentivo che potevo correre per tutto il giorno senza stancarmi e che potevo dribblare qualunque giocatore della squadra avversaria e quasi passare fisicamente attraverso loro”.[11]

Il pilota di Formula 1 Ayrton Senna raccontò la sua esperienza durante il Gran Premio di Monaco del 1988: “Ero già in pole e continuavo ad andare sempre più forte… Improvvisamente ero quasi due secondi più veloce di chiunque altro, compreso il mio compagno di squadra con la stessa macchina. E improvvisamente ho realizzato che non stavo più guidando la macchina coscientemente. La stavo guidando attraverso una specie di istinto, solo che ero in una dimensione differente. Era come se fossi in un tunnel”.[12]

Videogame

Uno studio condotto presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale (Diotaiuti P., Zona A.M. & Rea L.; 2013), ha messo in evidenza la possibilità di sperimentare l’esperienza del “flusso” anche impegnandosi in attività video-ludiche. In questo studio, gli autori hanno anche dimostrato che l’esperienza del “flusso”può essere condizionata da un antecedente emotivo. Difatti, nell’esperimento condotto dal gruppo di psicologi, a metà dei partecipanti veniva mostrato un video capace di indurre uno stato emotivo negativo prima di ogni sessione di gioco. I risultati dello studio mostrano che il gruppo di soggetti sottoposti alla condizione con stimolo emotigeno negativo sperimentava sensibilmente una minore esperienza di “flusso” rispetto ai soggetti del gruppo di controllo non sottoposti a tale condizione. Gli autori suggeriscono quindi di considerare il “flusso” non solo in funzione del compito da eseguire, ma anche in funzione della predisposizione emotiva del soggetto, che può giocare un ruolo determinante nell’ostacolare o facilitare tale esperienza.

Note

  1. ^ Mihaly Csikszentmihalyi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, Harper & Row, 1990, ISBN 978-0-06-016253-5. URL consultato il 10 novembre 2013.
  2. ^ Csikszentmihalyi, M. & K. Rathunde. (1993). The measurement of flow in everyday life: Towards a theory of emergent motivation. In J. E. Jacobs (Ed.) Nebraska symposium on motivation, Vol. 40: Developmental perspectives on motivation. Lincoln: University of Nebraska Press. p. 60. ISBN 0-8032-9210-4
  3. ^ a b Mihály Csíkszentmihályi, Beyond Boredom and Anxiety, San Francisco, CA, Jossey-Bass, 1975, ISBN 0-87589-261-2.
  4. ^ Mihály Csíkszentmihályi, Beyond Boredom and Anxiety, San Francisco, CA, Jossey-Bass, 1975, p. 72, ISBN 0-87589-261-2.
  5. ^ Csikszentmihalyi, Mihaly (1988) Optimal Experience: Psychological Studies of Flow in Consciousness. Cambridge, NY: Cambridge University Press. 323.
  6. ^ a b Mihály Csíkszentmihályi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, New York, Harper & Row, 1990, ISBN 0-06-092043-2.
  7. ^ www.flowtheory.com
  8. ^ basilwhite.com – comedyworkshop
  9. ^ Yoga Sutras 3.9-3.16: Witnessing Subtle Transitions with Samyama — http://www.swamij.com/yoga-sutras-30916.htm
  10. ^ Sansonese, J. Nigro (1994). The Body of Myth: Mythology, Shamanic Trance, and the Sacred Geography of the Body. Inner Traditions. ISBN 978-0-89281-409-1. Source: [1] (accessed: Friday March 6, 2009), p.26.
  11. ^ Lawrence Shainberg, Finding “The Zone”, in The New York Times, 9 aprile 1989. URL consultato il 9 giugno 2013.
  12. ^ Gerald Donaldson, Ayrton Senna at Monaco (1988), 23 maggio 2012. URL consultato il 29 marzo 2014.

Bibliografia

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni

I due tipi di progresso e i due tipi di carriera

Progressione formale e progresso interiore

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

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In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando.

Per questo l’uomo deve poter viaggiare.

 (Andrej Tarkowsky)

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La confusione tra carriera, status, e progresso è totale. Il progresso ha a che fare con un avanzamento complessivo del “Sistema Terra” e degli esseri umani verso nuovi stati di coscienza e consapevolezza. Chi produce contributi a questo, anche minimali, merita di fare carriera. La carriera formale potrebbe invece riguardare anche una promozione in una fabbrica o impresa che produce oggetti inutili, distruttivi e socialmente devastanti (e ce ne sono tanti).

Lo sviluppo manageriale e sociale deve chiedersi prima di tutto “a cosa voglio contribuire”, che cosa voglio migliorare con il mio passaggio sulla terra, così limitato e fugace?

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Tra le persone più disperate del Pianeta si trovano spesso vip, atleti famosi, cantanti e star di ogni tipo, potenti di ogni razza e religione, che pensano di essere superiori per poi arrivare un giorno a doversi ricredere quando scoprono che la loro vita è stata una totale rincorsa al vuoto, con un contributo nullo alla razza umana nullo o persino un danno. Un insieme di bugie raccontate a se stessi e agli altri, a volte persino credendoci. Quando a questo “falso pieno” si aggiunge l’arroganza, abbiamo un idiota. Se vi aggiungiamo anche la coscienza di fare danni, abbiamo una zecca sociale che non merita di consumare ossigeno.

Distinguere il pieno dal vuoto vale per se stessi ma anche per il proprio positioning professionale (il ruolo, il lavoro quotidiano, le skills, la posizione in azienda o il lavoro svolto).

Un lavoro che appare solido non lo è mai per sempre. Quanti sono stati licenziati da posizioni che sembravano inattaccabili, e inamovibili? Quanti i potenti finiti impiccati nella storia? Non è veramente il caso di darsi arie inutili.

Molto più efficace è considerare se stessi come un cantiere di sviluppo personale, aprire l’ipotesi che il cambiamento possa avvenire, incorporarlo, chiedersi quali traiettorie subirà una professione o una vita, e se la persona si stia o meno preparando ad evolvere, investendo su se stessa, in termini di energie e competenze.

Un professionista o manager che sia oggi ripieno di competenze operative può essere del tutto impreparato se immesso in un contesto diverso, o a fronte di rapidi mutamenti di mercato. L’esito è venirsi a trovare completamente ed e improvvisamente inutile.

Pensiamo solo agli effetti del trovarsi a cambiare ruolo dovendo operare all’estero, a contatto con culture diverse, e a negoziare con culture che non conosciamo. Possono bastare contesti leggermente diversi per scoprire che tutte le competenze che ci illudiamo di avere sono in realtà utili solo nel contesto in cui si sono prodotte e mal si adattano a contesti diversi.

Soddisfazione e posizione non collimano sempre.

Anche un atleta può trovarsi a livelli mondiali o altamente competitivi e, comunque, non avere raggiunto alcuna soddisfazione profonda, alcun senso di appagamento.

Gli atleti e attori che si suicidano dopo aver raggiunto l’apice della carriera formale non si contano. Vogliamo quindi distinguere tra carriera formale e carriera interiore. Si può essere alti nella prima e a zero nella seconda, o viceversa, persone di grande valore, o pienamente appagati senza per forza aver avuto riconoscimenti formali.

La carriera formale ottenuta a discapito della pulizia e del rispetto per la vita, azzerando la purezza del cuore, e facendo danni all’umanità, ti porterà solo a una tomba, si spera prima possibile, per dare spazio nel pianeta a persone un po’ più degne di vivere.

Coltivare la purezza interiore non significa diventare santi e non peccare ogni tanto, significa “fare carriera dentro”, cercare di migliorarsi, cercare di aiutarsi, aiutare gli altri, rendere omaggio alla vita.

Le carriere ottenute facendo del male agli altri non solo sono dannose, sono un portone diretto verso (si spera esista, solo in questo caso…) l’inferno.

Quando vedi la purezza del cuore (sia esso umano o di un amico cane) fa tenerezza, ti illumina, ti ricorda che esiste ancora qualcosa per cui vale la pena lottare

È uno spiraglio di luce che dà speranza in questo mondo che altrimenti sarebbe solo spazzatura

Ci fa vedere che esiste un riverbero della bontà, una forza che a volte riesce ad essere superiore al male, una speranza, una possibilità per migliorarle il mondo, e noi stessi.

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

Apprendere le emozioni da adulti: la “Scalata” verso lo stato di Mastery

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

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Se sei nato con le ali, non vedo perché dovresti strisciare

se sei nato con le ali, non vedo perché non dovresti provare ad a usarle

se non sei nato con le ali, ma le vuoi veramente, cresceranno

sino a che non ti accorgerai nemmeno più di usarle

e volerai alto nel cielo, libero. Daniele Trevisani

Le capacità emotive crescono da bambini con la stessa rapidità con cui da adulti si atrofizzano. Abbiamo manager incapaci di provare la minima emozione verso un collega, un collaboratore, una qualsiasi persona, persino se stessi. Questo produce in azienda una condizione di apatia organizzativa, e quando tocca i Dirigenti, diventa una sindrome. Nota come “Leadership Tossica”, è un cancro che distrugge le aziende. Riconoscerla, per intervenire prima che sia tardi, è possibile.

Quando la mancanza di sensibilità arriva a toccare i clienti tutto ciò diventa ancora più grave, nel caso Volkswagen “DieselGate”. Scarsa competenza emotiva di un manager significa anche non sapersi mettere nei panni dei figli e dei propri nipoti e chiedersi se valga la pena respirare aria pulita invece di “taroccare” le prove centraline dei motori. Lo stesso vale per Lufthansa, come ha gestito o non gestito gli assessment psicologici sui propri piloti o capito lo stress che devono subire. E il disastro Germanwings-Lufthansa con i suoi centinaia di morti, il caso Costa Concordia, e tanti altri, ne sono una testimonianza drammatica.

Le competenze da adulti vanno trattate in modo diverso rispetto alle competenze dei bambini.

Gli studi di Howell[1] sintetizzano la scalata dell’essere umano verso le competenze di livello superiore, ben esposta nel modello Staircase.

I diversi stati possono essere estesi in campo formativo-consulenziale, di Coaching o di terapia. Vediamo la loro natura:

staircase howell

[1] Howell, William S. (1982). The empathic communicator. University of Minnesota: Wadsworth Publishing Company.

  1. incompetenze inconsapevoli: ciò che non so di non sapere, elementi o lacune che sfuggono alla mia coscienza, alla mia auto-consapevolezza;
  2. incompetenze consapevoli: lacune di cui ho preso coscienza;
  3. competenze consapevoli: ciò che so di sapere; l’esecuzione è possibile ma deve comunque essere prestata attenzione cosciente ai meccanismi, al processo in corso;
  4. competenze inconsapevoli: ciò che faccio senza dovervi pensare. L’esecuzione avviene senza dover riflettere coscientemente, utilizza schemi psico-motori e/o linguistici oramai acquisiti, e per questo richiede scarso o limitato impegno mentale. È basata sulla forte padronanza dei meccanismi in azione. Evidenzia la presenza di una mastery (forte padronanza) nelle competenze, una abilità interiorizzata, acquisita definitivamente;
  5. supercompetenze: il livello della massima padronanza unito ad allenamento estremo della tecnica e a doti personali fuori dalla norma, che differenzia un key-performer, un fuoriclasse, da altri seppur bravi. Comprende anche doti di intuito, intelligenza corporea, intelligenze multiple che convergono per formare i migliori piloti del mondo, i migliori suonatori del mondo, i migliori chirurghi, i migliori danzatori, e ogni altro tipo di persona che nel suo campo eccelle oltre la norma.

Il modello di Howell è stato concepito in origine per studiare una graduatoria di stati di empatia interculturale.

Howell intendeva studiare i diversi livelli di capacità di adattamento di una persona a un contesto culturale diverso (superare le difficoltà che nascono nell’inserirsi in un paese non nativo): quando riesco a muovermi bene e senza gaffe entro una cultura, avendola incorporata e capita completamente?

Questa domanda è stata il punto di partenza, ma il modello è stato poi ripreso da molti come schema generale di gradi di apprendimento in ogni campo, sport, management, educazione.

William Howell e Stella Ting-Toomey hanno anche introdotto successivamente una quinta categoria, la Unconscious Super-Competence, per evidenziare chi, in un processo di adattamento, riesce a sviluppare competenze di rilievo decisamente superiore alla media, eccezionali, sopra il limite.

La validità di questa scala è ampia, riguarda ogni tipo di apprendimento nella vita. Ci aiuta a chiederci dove siamo, o dove ci siamo fermati, e, soprattutto, invita a riflettere sul fatto stesso che vi sono margini di miglioramento ovunque e sempre.

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Articolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

Le 6 diverse azioni di Coaching e Counseling nel metodo HPM e la crescita del potenziale individuale

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

Il Potenziale Umano non è un concetto generico e si compone di diversi strati o “celle”, che ne racchiudono una porzione.

Ogni strato o piano del potenziale personale richiede tecniche specifiche di sblocco e amplificazione.
Localizzare queste celle e le azioni specifiche è uno dei compiti primari di questo lavoro.

Nel sistema HPM – Human Performance/Potential Model, qui sviluppato, le azioni di Coaching sono collegate ad uno schema che fa da sfondo concettuale:
Figura 2 – Coaching, modello HPM

modello di coaching hpm coraggio delle emozioni

Possiamo parlare, per la maggior parte degli esseri viventi, di un potenziale compresso. Un insieme di energie che deve ancora dispiegarsi, o esisteva, ma non ha trovato terreno fertile ed è in stasi, oppure, a volte, è persino regredito.

Osserviamone alcuni contenuti:

  • 1) Il Coaching delle energie fisiche e corporee o Coaching bioenergetico. Quest’area permette di focalizzare il lato del potenziale personale che si connette alle componenti organiche, fisiche, forza, resistenza, flessibilità, benessere fisiologico, potere del corpo di compiere azione e prestazione. Consente di avviare il lavoro sulle energie fisiche e potenziamento del corpo. Es.: tecniche di allenamento corporeo, tecniche alimentari, tecniche legate allo stile di vita, tecniche di recupero fisico, tecniche di allenamento psicofisico, tecniche di overreaching allenante (alternanza di fasi di allenamento di alta intensità e riposo adeguato). È l’area più fisica, tangibile e corporea del modello.
  • 2) Coaching per le energie mentali e motivazionali. Tecniche per sbloccare la volontà, alimentare la passione, localizzare blocchi emozionali e quelli legati ai ruoli, le contratture mentali, i colli di bottiglia dei ragionamenti, dei sistemi di credenze, e, più in generale, l’azione sulla psicologia individuale. La cella delle “energie mentali” o energie psicologiche permette di avviare un lavoro sul potenziale insito nelle energie del pensiero. Es.: training mentale, Coaching analitico, analisi in profondità dei ruoli personali e professionali; analisi delle reti di relazioni, della dispersione o ricarica di energie relazionali durante la giornata, il mese, l’anno, i cicli di vita, analisi dei sistemi di credenze su se stessi e sul campo di operazioni nel quale si deve agire, e, ancora più in profondità, analisi esistenziale. Rappresenta l’area più intrinsecamente psicologica del modello.
  • 3) Coaching per le macro-competenze: utilizza tecniche di analisi e di formazione legate all’obiettivo di sviluppare “copertura” o collimazione (coverage o fit) tra le diverse skills che una performance richiede, e il portfolio di competenze individuali. Comprende quindi la localizzazione di dove sia bene agire distinguendo tra interventi su (1) saperi, (2) saper fare, (3) saper essere o atteggiamenti, per migliorare in modo strategico l’estensione e vastità del piano di competenze. Prevede azioni di formazione con un approccio enciclopedico e non solo iperspecialistico, e saper cogliere i diversi piani di una performance (es.: storico, politico, morale, culturale, scientifico, sociale, strategico) e non esserne puramente esecutore meccanico ignorante o passivo. Comprende quindi un lavoro formativo sulle macro-competenze. Es.: aggiornare competenze in rapporto ai ruoli che si intendono giocare, la formazione, il Coaching professionale, le azioni di allargamento del repertorio personale. Tanto più ampia è la copertura, tanto maggiori sono i margini di sicurezza e di manovra che la persona potrà affrontare, al variare delle condizioni esterne o al verificarsi di imprevisti. Rappresenta nel modello la parte più legata ai processi formativi classici.
  • 4) Il Coaching sulle micro-competenze: azioni per aumentare la padronanza di esecuzione di atti specifici di performance, gesti operativi, o operazioni mentali specifiche e necessarie per ottenere buoni risultati. Le micro-competenze non mettono in discussione l’intero assetto del ruolo o del profilo professionale, ma entrano nei dettagli operativi. L’azione di Coaching sulle microcompetenze intende elevare il grado di profondità e progressione nell’acquisizione di una specifica competenza, i suoi dettagli più fini, stimolando la scalata dal livello di principiante al livello di mastery (completa e totale padronanza). Il lavoro sulle micro-competenze permette di evidenziare e avviare la ricerca di elementi minimali e particolari significativi, l’analisi al “microscopio comportamentale” degli dettagli che danno luogo alle performance, e l’analisi al “microscopio mentale” dei sistemi di pensiero o sistemi cognitivi che entrano in gioco nelle performance. Mentre l’analisi delle macro-competenze ci parla di una “estensione” o ampiezza di competenze, le micro-competenze ci parlano della “profondità” con cui una certa abilità entra nel nostro repertorio sino a diventarne addirittura parte inconscia. Rappresenta la parte del modello più legata ai fenomeni di percezione e di conseguenza alla formazione attiva esperienziale (active training).
  • 5) Il Coaching per la progettualità e concretizzazione: agisce sulla cella della “concretizzazione”, per aumentare la capacità di essere concreti e operativi, intervenendo sulla capacità di dare corpo a progetti e piani, la pianificazione di obiettivi concretizzabili ed eseguibili, il lavoro sulla fissazione dei goal, es.: saper sviluppare un progetto, capire che risorse servono, come organizzarle, saper gestire il tempo in relazione ai propri progetti; riconoscere le dispersioni di energie in tempi inutili o controproducenti. Rappresenta la parte più manageriale del modello.
  • 6) Il Coaching valoriale, spirituale e morale. Agisce sulla cella dei valori, Visione e missione, per recuperare il “motore morale”, il senso dello scopo, o causa, il senso della missione, dei valori più forti che spingono e muovono una performance, ma anche il vissuto quotidiano e l’impegno verso qualsiasi cosa. Comprende il lavoro di scavo e rafforzamento per localizzare verso cosa valga la pena spendere energie o attivarle, localizzare e alimentare valori, Visioni, ideali. Generalmente si tratta di una porzione della performance e del potenziale personale assolutamente trascurata, e per questo rappresenta l’area più difficile, in quanto obbliga a trattare fenomeni delicati come lo spessore morale, il “muoversi verso” qualcosa di superiore alla propria esistenza limitata, il voler contribuire a una causa o progetto importante, trovare o riscoprire motivi di esistere non unicamente materialistici, trovare un senso per l’esistenza, scoprire e riscoprire i propri valori ancestrali, lavorare a nuove forme di esistenza, lavorare per nuove forme di energie, lavorare per curare o migliorare le condizioni di vita delle persone. In questa cella si colloca la volontà di trovare ancoraggi a ideali da perseguire e da collegare a specifici progetti. Comprende azioni di scavo motivazionale, di mappatura dei valori personali, di localizzazione dei blocchi e contratture che impediscono di credere e volere, di alimentare la passione per un progetto o un’idea. Costituisce l’area del modello più legata a concetti di filosofia, religione, e morale.

Nel complesso, ogni piano di Coaching può essere più o meno “caricato” su una o più delle diverse aree.
Avremo quindi piani di Coaching più fisici, altri di tipo psicologico e motivazionale, altri più legati a costruire progetti, altri ancora legati a migliorare l’esecuzione dell’esistente, e via così.
Ciò che conta è che si sappia bene cosa si sta facendo, consapevoli del fatto che un Coaching totale non può prescindere da tutte le aree. Se si decide di focalizzare un Coaching solo su una area o su aree limitate, questa deve essere una scelta tattica consapevole e non un atteggiamento di miopia verso la vastità dei possibili piani di intervento.

  • Cambiare o migliorare un singolo gesto può immettere energia in tutto il sistema.
  • Cambiare o migliorare un singolo pensiero o credenza può immettere equilibrio. Nessuno sforzo di miglioramento è mai vano.

Mantieni i tuoi pensieri positivi
Perché i tuoi pensieri diventano parole
Mantieni le tue parole positive
Perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti
Mantieni i tuoi comportamenti positivi
Perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini
Mantieni le tue abitudini positive
Perché le tue abitudini diventano i tuoi valori
Mantieni i tuoi valori positivi
Perché i tuoi valori diventano il tuo destino
(Mahatma Gandhi)

Non ci interessano le ovvie limitazioni biologiche e mentali dell’essere macchine fatte di carne, soggette a rottura e usura, imperfette, non ci interessa la perfezione, l’automazione non è il nostro fine.
Ci interessa ciò che possiamo essere in relazione a come siamo fatti (essere umani imperfetti, ma con grande spazio di crescita), ci interessa ciò che possiamo esprimere se e quando spezziamo le catene, liberi dai condizionamenti negativi.
Ci interessa il raggiungimento del potenziale nascosto o limitato dai fattori ambientali e personali che lo comprimono.
Ciascuna di queste celle è suscettibile di grandi miglioramenti, in ognuno di noi. Per fare salti in avanti, occorre prendere coscienza delle aree su cui lavorare, e intraprendere percorsi.

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Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

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Essere Natura

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

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Essere Natura

Le forze della natura aiutano chi la sa vivere, chi le sa ascoltare…
…da quanto tempo non ascolti le forze della Natura?
…da quanto non sudi (in una sauna, nello sport) sentendo il piacere di ogni goccia di sudore come liberazione?
…da quanto non cammini in un bosco, da quanto non ti immergi in un lago o nel mare per il puro piacere di sentirti un tutt’uno con l’universo?

Quando la razza umana capirà di essere ospite di una astronave chiamata “Terra”? Boccheggiamo miracolosamente in una sottilissima zona di aria, una striscia vitale sottile pochi chilometri, che avvolge una sfera lanciata nel cosmo, appena protetta dai violenti raggi cosmici e venti solari dal campo magnetico terrestre (senza il quale saremmo tutti morti in pochi giorni).
Ogni tanto un’estinzione di massa, un asteroide colossale o una emissione di raggi gamma partita da una stella morente a milioni di anni luce, colpisce questo pianeta e si azzerano dal 70 al 90% delle forme di vita, e questo è già successo ben cinque volte nel corso della vita sulla terra. L’ultima, 65 milioni di anni fa, spazzando via i dinosauri, ha lasciato spazio all’evoluzione dei mammiferi, tra cui noi.
Cani, gatti, delfini, topi, umani… Di tutte queste specie una ha sviluppato autocoscienza e capacità di studiare l’universo in cui abita. Ci si aspetterebbe che da quel momento in poi tutti i membri di questa specie si abbraccino e colgano questa brevissima finestra di spazio-tempo per fare cose straordinarie. Ma evidentemente questa autocoscienza ha “colpito” solo una frazione infinitesimale dell’umanità.
Siamo figli di un’evoluzione che sembra partita con il Big Bang e nessuno sa se terminerà e quando, come ballerini di una canzone che potrebbe finire tra pochi secondi o continuare per sempre. Siamo un “attimo”, un istante, un bagliore di vita in un cosmo nel quale non sappiamo nemmeno se vi siano altre creature autocoscienti.
Quando la consapevolezza di questa rarità preziosa della vita permeerà tutti noi, comincerà una nuova era. E prenderà vita prima di tutto dentro di noi. Studiando astrofisica, o psicologia e neuroscienze, o anche solo con qualche buona azione di introspezione, capiremo tutti di vivere entro un miracolo di tempo e spazio di cui siamo parte, e lo renderemo un vero e proprio laboratorio su ciò che possiamo essere.
Prima o poi potrai capire davvero che vivi in un miracolo. Succede appena prendi un aereo di linea, e il comandante, dopo pochi minuti, ti dice che stai volando a 11.000 metri e che fuori ci sono meno 50 gradi o giù di lì. Poi guardi sotto e vedi le case, i villaggi, le pianure, e capisci che le persone vivono in un sottilissimo “strato abitabile” su una palla lanciata nello spazio interstellare, nel vuoto più inabitabile e profondo che esista.
Allora ti accorgi che la vita è miracolo.
Non è vero che siamo “tutti sulla stessa barca”, siamo tutti sulla stessa astronave.
Allora potrai immergerti nell’acqua di un mare o di un lago in un modo diverso, potrai espirare ed inspirare in un modo diverso. Potrai alzarti la mattina e sentirti parte di un miracolo, comunque vadano le altre cose.

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Essere Natura

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Capire “di che farina sei fatto”. Il lavoro del Coaching e del Counseling

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.
Conoscersi significa entrare nei propri “mattoni costitutivi”, la “farina” con cui è stato fatto il nostro pane, ciò di cui siamo costruiti.

Fare i conti con quello che siamo, quello che crediamo profondamente, quello che guida le nostre azioni e le nostre non-azioni o blocchi, è un percorso di auto-determinazione sacro e fondamentale.

E avere qualcuno che ti aiuti in questo percorso è altrettanto importante.

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Cosa è entrato dentro di noi per farci essere cosa siamo ora è come prendere un pezzo di pane e guardare esattamente quale tipo di farina sia stata usata per prepararlo (una o più di una… e di che tipo), che acqua sia stata usata, e quanto questa fosse pura.

E quando avremo capito, potremo chiederci: cosa voglio tenere e cosa vogliamo cambiare di questo modo di essere finale in cui ci ritroviamo ora? O per un gruppo come un’azienda o una squadra, cosa di buono tenere e cosa è bene cambiare?

In certe aziende, famiglie o gruppi sociali (e persino nazioni), la persona e la risorsa umana (in termini aziendalistici) assomigliano molto alla “rana della pozzanghera” (una rana che, d’estate, mentre l’acqua si scalda al sole si indebolisce sino a lessarsi e non poter più muoversi) o al religioso forzato.

Per la rana aziendale può trattarsi di uno stagno visivamente splendido e accogliente, con entrate sontuose e atri luminosi, e splendide piante ornamentali. Vissuto da dentro potrebbe invece essere e diventare una perfida pozza venefica, nella quale non si riesce più a “respirare”, e si finisce per soffocare.

In ogni caso, le idee che abbiamo in testa non sono sempre le nostre. L’autenticità delle idee è una conquista che richiede un grande lavoro di ricerca personale.

Nella vita gli ambienti circostanti mutano ma non sempre con la velocità sufficiente ad innescare lo shock da reazione, o lo spirito Spartano, o la voglia di autenticità verso se stessi, e ci si sforza di adattarsi o sopportare. In altre realtà opposte, l’ambiente è invece favorevole e permette all’essere umano di realizzarsi.

Se abbiamo la fortuna di trovare persone che ci accompagnano in una ricerca personale, questo sarà un fattore facilitante. Se non l’abbiamo, possiamo e dobbiamo cercare sia Maestri che compagni di viaggio.

Il lavoro del Coaching e del Counseling

Il lavoro fondamentale del Coaching è quello di creare un clima di fiducia, positivo, attorno alla possibilità stessa di evolvere e migliorare, inquadrare step praticabili, azioni che arricchiscono e avvicinano la persona ad uno stato migliore.
Un Coach potrà essere tanto più bravo e preparato quanto più sa incidere sugli stati che producono il comportamento, e non solo “dare istruzioni operative”.

Il lavoro del Coaching è caratterizzato da un grado di direttività (dare istruzioni e suggerimenti) maggiore rispetto al Counseling, che è una relazione di aiuto in cui la persona viene aiutata a trovare soluzioni dall’interno.

Ma al di là delle etichette, il fattore comune è il principio che lavorare su di sé è possibile, così come lavorare su un team o una intera organizzazione è possibile. Non tutto è nelle mani del destino o attribuibile agli eventi.
Questo ha a che fare con il diritto primario di essere, da cui deriva il diritto a cercare il proprio potenziale personale, e la voglia di lottare per esso.

La vittoria, il successo, il risultato, sono nelle mani di numerosi fattori che non dipendono totalmente da noi. Addirittura, sono spesso falsi bersagli che cercano di distrarci dal nostro percorso di ricerca vero.

La volontà, la costanza, la continuità, il coraggio, sono invece ciò che una persona può metterci di proprio, senza sperare o chiedere a nessuno di fare il lavoro che spetta a noi e solo a noi.

Il Coaching aiuta a far emergere quell’unicità che solo noi stessi possiamo costruire.

 

Per quel che mi riguarda ho fatto il possibile, che nessuna delle generazioni venture mi negherà;

quel che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile,

aver preferito una morte animosa a un’imbelle vita.

(Giordano Bruno, De monade, numero et figura)

 

Lo sforzo di adattamento al clima negativo invece produce un adeguamento inferiore, un blocco della tendenza al progredire. È invece necessario dare propulsione alla “tendenza attualizzante”, la tendenza ad essere il massimo di ciò che si potrebbe essere, l’aspirazione a raggiungere i propri potenziali massimi di auto-espressione.

Il nostro scopo è di perseguire la tendenza autoespressiva ai suoi massimi livelli: la tendenza di ogni essere umano ad essere il massimo di ciò che può essere, coltivare una propria originalità costruttiva, positiva, più ricca di vissuto e di passione.

Le forze del conformismo rendono le persone schiave del clima psicologico che le ha nutrite, e questo porta a una devastante ricerca del consenso degli altri, dell’approvazione a tutti i costi, anche – e questo è il problema – su comportamenti e pensieri che ci distruggono.

 

– Lei non si sente mai solo?

– Solo in mezzo alla gente!

 

(Dal film, La Sottile Linea Rossa, di Terrence Malick)

 

Il coraggio è apertura al mondo e all’esperienza, è accettazione della pulsazione vitale tra azione e meditazione. È il contrario della stasi, dell’apatia, della perdita di valori e di senso. Una vita senza coraggio è come una stanza senza luce. Se stai fermo, non ti farai male, ma non ne uscirai mai, e prima o poi morirai di fame.

Accettare la possibilità che qualcosa vada storto, senza che questo pensiero ti immobilizzi, è un grande passo verso il coraggio.

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Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

Neanderthal emotivi

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 Neanderthal emotivi

 

Si parla tanto della differenza tra Homo Sapiens e Uomo di Neanderthal, e sempre più indietro fino agli Australopitechi e altri ominidi, per quanto riguarda la capacità di costruire oggetti, lavorare sulle “cose”.

Molto meno se ne parla per la differenza più forte, ancora lontana dall’essere raggiunta, l’abilità di lavorare sulla propria personalità, umore, emozioni, comportamenti.

O addirittura la capacità di “decodificare” e smontare la cultura che ci ha forgiato e chiedersi: cosa mi ha insegnato questa cultura, come mi ha insegnato ad affrontare la vita? Che regole implicite mi ha trasmesso? Come ha inciso l’esempio di vita visto in famiglia su di me? Cosa ho assorbito dall’esterno?

Un laboratorio delle emozioni è certamente una “prova evolutiva” molto più forte del semplice fatto di saper scheggiare una selce.

 

  • Tu puoi e anzi devi capire la tua cultura di appartenenza (cultura nazionale, regionale, e persino la cultura familiare) e puoi metterne in discussione i tratti che non approvi più quando ne diventi completamente consapevole. Puoi decidere di far entrare nel tuo patrimonio dei tratti culturali nuovi, che apprezzi e desideri. Ricercarli, studiarli, è una nuova fase della vita.
  • Tu puoi e devi osservare e capire la tua personalità e decidere di cambiarne qualcosa che ti migliori.
  • Tu puoi allenarti a capire i tuoi stati di umore, a dare loro dei nomi, allenarti a capire cosa li produce e come riprenderne le redini al di la di quanto accade “fuori”.
  • Tu puoi allenarti a “percepire” le emozioni e il loro mix e diventarne padrone e non schiavo.
  • Tu puoi dirigere il tuo comportamento senza che sia in balia di sole forze esterne, e sia sempre più connesso ai tuoi valori, alla tua volontà.
  • Tu poi pensare che lavorandoci sopra, arriveranno traguardi che visti oggi sembrano addirittura impossibili.

 

Saper “intagliare” la propria personalità, lavorare sul proprio umore, sulle proprie emozioni, sul proprio comportamento, è la vera prova di un atto evolutivo estremo.

Fare della propria vita un laboratorio significa non dare per scontato che tutto sia fermo, bloccato, rigido. Significa lavorare per dirigere questi quattro livelli verso una direzione che amiamo e vogliamo raggiungere.

La possibilità di agire o non agire, avviarsi verso la luce o stare al buio, deve fare i conti con quello che le persone “provano” in ogni esatto momento. Questo comprende anche il diventare padroni di agire con o senza il supporto di emozioni favorevoli

Che tu lo voglia o no, devi guardare a “come sei fatto” e metterci mano.
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