Capacità di amare

“la capacità di amare é una misura del potenziale umano: amare é essere pronti a rinunciare, senza che questa rinuncia ti spaventi…”

Daniele Trevisani, dal volume Personal Energy

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Dr. Daniele Trevisani – Coach del Potenziale Personale e dei Team dal Libro “Personal Energy” di Daniele Trevisani

Capisci, non siamo eterni… vivi ogni giorno con pienezza.. quanto più ti è possibile

Null’altro siamo che non parte del gioco,
muoviamo su una scacchiera di giorni e notti;
ad ogni mossa un pezzo cade preso,
la partita continua mentre noi veniamo riposti.
Omar Khayam

copertina%20Personal%20Energy%202%20compressa(c) Dal volume Personal Energy di Daniele Trevisani, Franco Angeli editore

…ne sei parte anche tu

Prima di cambiare il mondo devi capire che ne fai parte anche tu. Non puoi restare ai margini e guardarci dentro.

dal film “The Dreamers. I sognatori” di Bernardo Bertolucci

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Cosa può voler dire per te? Ecco un’anteprima dal volume in elaborazione, a cura di Daniele Trevisani “Performance e Motivazione” – 2014, edito da Franco Angeli

“Alcuni esempi di azione orientata al miglioramento delle energie personali:

  •  Fare pulizia tra pieno e vuoto. Una persona ricca e con una grande casa e auto di lusso può apparire “piena” ma avere relazioni umane penose e vivere nell’odio. In una famiglia povera – al contrario – possono avvenire atti di generosità e di amore di portata tale da far impallidire il sole. Non siamo fautori della povertà, assolutamente NO. Ma teniamo a distinguere la povertà economica e materiale da quella morale, la ricchezza economica dal benessere, per una razza nuova di uomini permeati di ricchezza morale permeata e di spessore umano e non tanto di gioielli e pellicce.
  • Fare una buona “dieta comunicazionale”, evitare di ingurgitare quanto passano i mass media e cercare attivamente contenuti che nutrono e stimoli, siano essi di apprendimento o di riflessione positiva. I frutti per questa dieta si possono trovare in letture, libri, programmi televisivi selezionati, film, documentari, gruppi di lavoro o gruppi di coaching, qualsiasi cosa sia da noi selezionata attivamente e in pratica “scelta” per i suoi contenuti di crescita.
  • Distinguere apparenza e sostanza, maschera e persona. Non confondiamo mai il pieno e il vuoto nella facciata che le persone presentano. Sei Amministratore Delegato di un’azienda? Te ne vanti? Per me sei importante tanto quanto un barbone. Ti misurerò in base ai valori che hai e non in base ai metri di lunghezza della tua barca o macchina. E così faranno tutti i risvegliati.
  • Teniamo gli occhi puliti, in grado di riconoscere gli strumenti utili per la crescita personale, e destinamo risorse, denaro e tempo, per frequentare, leggere, vivere momenti di crescita.
  • Il corpo è il tuo Taxi permanente. Occorre fare un’attività quotidiana che lo tenga più in forma possibile, dia benefici fisici, meglio se diversificata e variata su base giornaliera, settimanale, mensile, annuale (cicli di allenamento). La prima vera risorsa siamo noi stessi. Non dimentichiamolo mai.
  • Praticare un’attività quotidiana di training mentale, es. training autogeno, meditazione, un “fioretto”,  o qualsiasi altro atto significativo. Coltivare la nostra spiritualità”

Un lavoro su di sé, paga. Non assurdamente assillante, ma condotto ogni giorno, poco a poco. La coltivazione del nostro potenziale umano fisico, psicologico, del nostro bagaglio di conoscenze, del nostro essere.

Non fermarti solo a parlarne. Non desiderare solo. Pratica attivamente.

Il buddismo non è il mio fine: il mio fine è la libertà e questa per me è la strada giusta per raggiungerla.

Tutti proviamo disagio nei confronti dell’universo in cui viviamo, io con la pratica riesco ad avere un rapporto più profondo con la realtà che per me significa generosità, amore, senso della comunità.

Richard Gere

Copyright Daniele Trevisani, anteprima editoriale riservata

i Giudizi

La gente spesso definisce impossibili cose che semplicemente non ha mai visto.

dal film “Al di là dei sogni”
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Fonte: elaborazione da Wikipedia

Aristotele classifica i possibili giudizi in base a due variabili:

  • la quantità (a cui si riferiscono i giudizi universali o particolari);
  • la qualità (a cui si riferiscono quelli affermativi o negativi).

Ne derivano quattro tipi di giudizi possibili:

  1. universali affermativi;
  2. universali negativi;
  3. particolari affermativi;
  4. particolari negativi.

Tra questi tipi di giudizi sono presenti relazioni specifiche, le quali dipendono dalla loro struttura formale. Le relazioni che sussistono tra i quattro tipi di giudizio possono essere:

  1. relazioni contrarie, le due proposizioni si escludono (se una è vera l’altra è falsa); ma è possibile che siano entrambe false;
  2. relazioni subcontrarie, le due proposizioni possono essere tutte e due vere ma non possono essere tutte e due false (se affermo che alcuni uomini sono bianchi non escludo la possibilità che alcuni uomini siano di un altro colore);
  3. relazioni subalterne, le due proposizioni sono legate tra di loro, ossia la proposizione particolare è legata a quella universale: la verità della proposizione universale implica la verità di quella particolare, ma non è vero il contrario (ad esempio se dico che “tutti gli uomini sono bianchi” risulterà vera anche la proposizione particolare “alcuni uomini sono bianchi”; ma se al contrario affermo che “alcuni uomini sono bianchi” non è corretto affermare che “tutti gli uomini sono bianchi”, in quanto è possibile che altri uomini siano di altro colore);
  4. relazioni contraddittorie, le due proposizioni si escludono a vicenda, ossia una proposizione risulterà vera ed una proposizione risulterà falsa. La falsità di una di esse implica la verità dell’altra o viceversa. Queste proposizioni non possono essere entrambe false. Si tratta del principio di non contraddizione.

Basandosi su questo principio lo studioso del Novecento Karl Popper ha elaborato il principio di falsificazione, secondo il quale se due proposizioni sono opposte tra loro ed una di esse risulta vera, l’altra sarà sicuramente falsa.

Kant

Il giudizio corrisponde per Kant all’unione di un predicato ed un soggetto tramite una copula; egli distingue quindi:

  1. giudizi analitici (sempre a priori)
  2. giudizi sintetici a posteriori (o empirici)
  3. giudizi sintetici a priori (o scientifici)

Giudizi analitici a priori

I giudizi analitici a priori sono ovvi e non derivano dall’esperienza (sono appunto a priori), ad esempio:

« I corpi sono estesi. »

Il predicato qui attribuito al soggetto corpi non dice nulla in più di ciò che già si sa, l’estensione è già implicita nella definizione di corpo, e non occorre esperienza per formulare questa proposizione. Questo tipo di giudizio perciò non permette di progredire.

Giudizi sintetici a posteriori

I giudizi sintetici a posteriori invece, dicono qualcosa in più rispetto a quel che già sappiamo, ma derivano solamente dall’esperienza personale, non sono perciò utilizzabili in ambito scientifico, ad esempio:

« Una rosa è rossa. »

La determinazione “rossa” non è implicita nel soggetto “rosa”, ma è una determinazione che non può avere alcun valore universale, perché dipende da una costatazione di fatto.

Giudizi sintetici a priori

I giudizi sintetici a priori sono invece quelli in grado di garantire il progresso alla scienza. Essi predicano qualcosa che non è implicito nella definizione del soggetto, ma attribuiscono questo predicato basandosi su di un calcolo oggettivo, che non deriva dall’esperienza personale, ed è per questo perfettamente attendibile. I giudizi matematici sono, secondo Kant, un esempio di questo caso particolare:

7 + 4 = 11.

Questo giudizio è sintetico, perché non si rileva il numero 11 nel 7 o nel 4, perciò arrivare al risultato, significa progredire. Questa operazione vale universalmente, non è empiricamente riferita a un caso particolare, perciò è detta “a priori”.

Una futura metafisica, secondo Kant dovrà perciò essere basata su giudizi sintetici a priori, gli unici che permettono l’avanzamento scientifico.

Giudizi estetici

Kant utilizza il termine “giudizio” anche in ambito estetico. Ad esempio, il fatto di giudicare “bello” una visione, o uno spettacolo della natura, è infatti anch’esso appunto una forma di giudizio. Come nella Critica della ragion pura, anche in questo caso si tratta di unire un predicato a un soggetto, solo che il soggetto di cui ora si parla è proprio l’io, cioè l’autore stesso di una tale unificazione: egli non collega A con B, ma collega A con Io. Si tratta del cosiddetto giudizio riflettente, con cui l’intelletto riflette come uno specchio la realtà esterna dentro quella interiore.