Conversazioni tossiche e conversazioni positive

Copyright dal libro “Parliamoci Chiaro“, Gribaudo- Feltrinelli editore

ogni giorno siamo immersi in conversazioni, a tavola, al lavoro, a casa, ovunque… ma queste possono essere tossiche e distruttive, o rigeneranti e positive. Esaminiamo più a fondo questo aspetto.

 

… se non accetti una vita mediocre, una comunicazione mediocre, tra vite vuote, spente, maschere e ombre, troverai la tua strada… perché la cercherai ogni giorno come un fiore insegue la luce.

Daniele Trevisani

 

Cos’è una conversazione positiva? È una forma d’incontro dalla quale usciamo felici. E non tanto per quello che abbiamo portato a casa, ma per come ci siamo sentiti, per quello che siamo riusciti a costruire, per quel futuro positivo di cui quel brano di conversazione è diventato un tassello, e per il piacere che quel brano stesso di vita ci ha dato.

Al contrario, una conversazione negativa è densa di fraintendimenti, di stati emotivi pessimi, di grigiore. È “entropia comunicativa” (confusione sui significati e scopi del comunicare), e produce il drenaggio delle nostre forze e delle nostre risorse più preziose: le energie personali, le emozioni, il tempo.

Le parole di oggi sono spesso “malate”, hanno perso il significato denso e forte che avevano. Abusate e forzate, si sono spente.

 

La parola “Amore” ha tanti significati; diciamo di amare il gelato, un paio di jeans o un certo film. Abbiamo abusato di quella parola e ora dobbiamo guarirla: le parole si possono ammalare e possono perdere il loro significato originario; dobbiamo disintossicarle e riportarle alla piena salute.

Thich Nhat Hanh[1]

 

Una comunicazione sana e ben funzionante riesce a far passare messaggi sia con le parole, con i gesti, con i simboli, e a far sì che il significato originario arrivi “pulito”, senza fraintendimenti. Una comunicazione malata invece fa sì che il messaggio originario arrivi “distorto”, amputato, modificato, persino opposto negli intenti di chi lo invia. Da qui all’arrivo dell’incomprensione, e del conflitto, tra persone, tra gruppi e persino nazioni, il passo è breve.

Serve un modello che ci guidi attraverso i meandri di cosa accade in una conversazione, scopo di certo arduo ma non impossibile, e il modello delle Quattro Distanze della Comunicazione è pensato proprio per questo.

Decidere di “prendere in mano” la propria capacità di comunicazione, e lavorarci sopra, è un atto coraggioso, nobile, degno di persone dallo spessore morale forte.

 

“Quando un uomo decide di fare una determinata cosa, deve andare fino in fondo ma deve prendersi la responsabilità di quello che fa. Qualunque cosa faccia, deve prima sapere perché lo fa, e poi deve andare avanti con le sue azioni senza dubbi o rimorsi. In un mondo in cui la morte ci dà la caccia non c’è tempo per rimpianti o dubbi. C’è solo tempo per le decisioni.”

Carlos Castaneda, “Gli insegnamenti di Don Juan”

 

“Costruire” qualcosa di positivo con la comunicazione non è per nulla scontato, molto spesso basta una parola, uno sguardo, per costruire, e un altro per distruggere o fare danni.

La comunicazione è un atto che può generare un’esperienza meravigliosa, positiva, felice, di grande condivisione oltre ogni forma di separazione e barriera. Ma è una conquista.

Chi “fa finta” che le differenze tra persone non esistano o non contino, sta nascondendo la realtà dei fatti. Molto meglio considerare questa realtà, e trattarla per quello che è, con coraggio.

Un punto fondamentale da chiarire subito è che la comunicazione non è un messaggio “lanciato nello spazio” che non avrà mai risposta, ma una forma di interazione continua, una vera e propria conversazione in cui emittenti e riceventi sono sempre attivi. Tra questi avvengono centinaia e migliaia di micro-comunicazioni, ciascuna delle quali può essere chiara o invece portatrice di confusione, malintesi o stati emotivi negativi.

Per avviare una comunicazione positiva, quindi, dobbiamo portare cura ai singoli “frames” comunicativi, così come si cura un delicato fiore in una serra, fiore dopo fiore, pianta dopo pianta.

Ognuno di noi ha propri interessi, propri bisogni, proprie esigenze, e queste trasudano e trapelano in ogni nostra interazione. La comunicazione umana è uno strumento, e a volte il solo strumento di cui disponiamo, per ottenere le risorse per la nostra sopravvivenza, o ottenere quello che vogliano nella vita, raggiungere obiettivi, e gioire per i risultati che la comunicazione stessa ci può portare.

Togliete ad un uomo la possibilità di comunicare, e diventerà un sasso.

Ma come tutti sappiamo, non è sufficiente comunicare “tanto per fare”, non è sufficiente chiedere per ricevere. Chi pensa che tutto arriverà automaticamente, che tutti ci diranno sempre sì e saranno daccordo, forse ha in mente un modello comunicativo in cui un padrone comanda e gli schiavi eseguono silenziosi. Una condizione di sottomissione comunicativa che ha poco spazio nei nostri cuori.

Nella vita tra persone vere, la possibilità di schiavizzare è per fortuna sempre più remota, seppure non debellata. La probabilità che occorra invece essere chiari, o persuasivi, o comunicare in modo chiaro ed assertivo, è molto più concreta e reale, soprattutto in ambito aziendale e familiare.

Anche perché la schiavitù oggi prende forme subdole e nuove, come il vivere in climi emotivamente tossici senza riuscire ad uscirne, o la dipendenza psicologica da persone di cui vorremmo fare a meno, e l’incapacità di essere chiari e convincenti sui nostri diritti, e nei progetti cui lavoriamo. Per questo, è bene far tesoro dei metodi che qui avremo modo di conoscere.

Comunicare ha senso sempre e solo quando viene fatto per aumentare la felicità, la soddisfazione, il piacere, la positività, e ci aiuta ad individuarle, e non per alimentare la divisione, il conflitto, la malattia.

 

E’ un primo grande passo verso la conoscenza di te stessi essere in grado di riconoscere che cosa ti rende felice.
(Lucille Ball)

 

Nella comunicazione, la possibilità di un’incomprensione, di un disaccordo, di una difficoltà comunicativa o problema è sempre reale e concreta. Anzi, abbiamo la certezza che le comunicazioni possano dare luogo a fraintendimenti e conflitti, anche pesanti, proprio perché avvengono in condizione di differenze culturali, anche lievi, o comunque di diversità tra persone, e questo, se non vi si presta attenzione e sensibilità, accadrà.

Parlarsi chiaro è quindi anche un invito a confrontarsi con le distanze psicologiche e comunicative che possono esserci tra noi e le altre persone, per trovare quella “distanza relazionale efficace” nella quale riusciamo a comunicare bene, con rispetto di noi stessi e degli altri. Il modello delle Quattro Distanze ci aiuta proprio a capire quali possono essere le quattro grandi “trappole” le tipologie di distanza relazionale che possiamo incontrare nella comunicazione, ma anche, e di conseguenza, i motori di una comunicazione positiva e le strategie per comunicare meglio.

Ogni volta che interagiamo con una persona anche solo leggermente diversa da noi, qualche anno di età di differenza, una provenienza geografica diversa, una scuola frequentata diversa, una formazione diversa, uno stato emotivo diverso, siamo in presenza di un certo grado di diversity e questo ci impone la necessità di aggiustare il tiro della comunicazione. Se poi si presentano forti differenze etniche, religiose, e culturali nelle ideologie di fondo, la cosa diventa ancora più difficile.

Le differenze tra comunicatori non finiscono qui. Possono subentrare diversità anche forti negli stati emotivi che vivo io e vive l’altro, diversi tipi di personalità che interagiscono tra di loro e a volte si abbracciano, a volte fanno scintille. Mentre comunichiamo, abbiamo diversità di umore, di emozioni, di come ci sentiamo persino fisicamente, diversità e barriere che interagiscono tra di loro, a complicare il tutto.

Più che una “comunicazione semplice”, in presenza di anche una moderata dose di diversità tra persone, dovremmo parlare e pensare in termini di una “comunicazione strategica”.

In una comunicazione che diventa strategica si fa strada il concetto di “Information Operations” o “Info-Ops”, un concetto di derivazione militare, ma che rende bene un quadro della situazione: le informazioni e le comunicazioni, in condizioni di diversity, hanno un obiettivo, funzionano meglio se progettate, se architettate, e quando ci si pone un certo atteggiamento di attenzione, sensibilità e progettazione, quantomeno a come far sì che il messaggio possa essere accettato dai filtri culturali e ideologici di chi lo riceve, e non bloccato immediatamente.

Per comunicare strategicamente servono modelli. Modelli che aiutino ad analizzare la comunicazione, modelli per costruire messaggi, modelli di ascolto e comprensione raffinati.

Prendere atto del fatto che esistano diversità richiede coraggio. Volere, nonostante questa diversità, provare a costruire qualcosa assieme, è un atto di coraggio.

Il coraggio non può essere contraffatto, è una virtù che sfugge all’ipocrisia.
(Honoré de Balzac)

[1] Thich Nhat Hanh (2014). Sono qui per te. Per una relazione d’amore duratura e consapevole. Terra Nuova Edizioni, p. 76

Copyright dal libro “Parliamoci Chiaro“, Gribaudo- Feltrinelli editore

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