Crollo del ponte a Genova, il pressing per il fare e il non-ascolto dei segnali deboli

Nella nostra società, rimane sempre forte e pulsante una sorta di “pressing” verso l’essere comunicativi e persuasivi, veloci-rapidi-vincenti, ma mai verso l’ascolto, il rallentare per ragionare, riflettere, il prendersi il tempo che serve per generare la qualità e non solo la quantità.

Eppure paradossalmente, anche in azienda – dove la qualità viene giustamente idolatrata e premiata –  nonostante questo le persone tra di loro non si ascoltano mai veramente e a fondo, a volte persino in una riunione. Per non parlare dei colloqui tra capi e collaboratori.

Siamo tutti invitati a “parlare bene”, ma meno ad “ascoltare bene”. L’ascolto comprende anche “l’ascolto delle cose”. I ponti parlano, le navi parlano, le auto parlano, se solo ne sai ascoltare i linguaggi, se solo sai dove andare a guardare, se solo passi con un’occhio, orecchio allenati a cogliere dissonanze e problemi. E se hai voglia di farlo.

Siamo spinti ad essere incisivi, ad esempio per passare un colloquio di lavoro, oppure in un corso di public speaking dove si studiano i meccanismi dell’arte oratoria, o in pubblicità, i meccanismi psicologici del comunicare alle masse e persuadere. Ma è sempre comunicazione “ad una via”. Non è ascolto vero. E mai e poi mai, qualcuno penserebbe di “ascoltare un ponte”, o una nave, o un aereo.

L’altra faccia della medaglia comunicativa, il saper ascoltare, il saper percepire, è sparita. Inglobata da un mondo che “va troppo veloce” per potersi permettere il lusso di fermarsi ad ascoltare.

Eppure, senza ascolto si muore. Non si colgono i segnali di pericolo, non si coglie la natura dei messaggi sottili.

Prima di morire, un ponte dà tantissimi segnali. Nei miei coaching a Comandanti di Navi da Crociera, con 4-5.000 persone a bordo, facevo fare un esercizio speciale, dicevo “Adesso stenditi a terra e ascolta la nave”. “Chiudi gli occhi. Ascolta la nave”. All’inizio sbalorditi, emergevano dopo pochi minuti una enormità di segnali, dalle vibrazioni note a quelle mai ascoltate, dal rumore vibratorio di una pompa che non doveva essere percepibile, alla capacità di fare un “ascolto olistico” della nave, inclusi gli uomini, gli equipaggi, le loro vere conversazioni e stati emotivi in manovra. La parte “macchina” si chiama nel mio metodo “Ascolto Strutturale”, la parte “uomo” si chiama “Ascolto dei Climi Emotivi”

Vorrei che i responsabili spendessero meno soldi per fare pubblicità e più per “ascoltare i ponti”, e i tanti altri “oggetti” su cui contiamo per la nostra vita, treni, aerei, viadotti, ponti, strade, alberi, che silenziosamente parlano, se solo li sai ascoltare con la tecnica giusta. I morti riposino in pace, i feriti guariscano, ma che non vi sia pace per chi ha delle responsabilità.

Daniele Trevisani

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