Business Tribale e Comunicazione Tribale

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Siamo in un mondo tribale, anche nel business

Il mondo è molto più tribale di quanto sembri, le persone si fidano di più del suggerimento di una persona che conoscono rispetto a mille spot o brochure, per cui il successo spesso richiede un ritorno a forme di contatto umano personale, face to face. I canali interpersonali di tipo telefonico, via Skype o altri canali di videoconferenza, possono essere un sostituto ma solo in parte. Sempre e comunque quanto più il rapporto diventa veramente face to face, in vera presenza fisica, quanto più la probabilità di successo aumenta. Questo, paradossalmente, quanto più il mondo si digitalizza, il contatto umano fa la differenza perchè diventa più “raro”, e quindi più “prezioso”, come ogni merce.
Durante il contatto umano, accadono più cose, anche perchè in presenza fisica è più facile svolgere “lie detection” (scoprire bugie comunicazionali e atteggiamenti sottili) rispetto ad una mail o una telefonata, per non parlare dell’ignoranza vera e da ammettere senza colpe, rispetto al sapere quanto accade veramente nella mente di una persona che vede uno spot o una brochure, un banner, un video, in nostra assenza, e cosa pensa veramente. Daniele Trevisani, dal libro in costruzione

E tu…Che storia racconti?

Quando vuoi comunicare la tua azienda o il tuo prodotto, prima di tutto devi chiederti “a chi”. E “cosa vuoi generare in loro”.
L’approccio pragmatico richiede alla campagna di comunicazione una sola cosa: risultati concreti, misurabili, tangibili.
Lo schema Who do you Want to do What (WWW Framing, chi vuoi che faccia cosa?) esprime chiaramente l’orientamento pratico della campagna.
La comunicazione deve cambiare comportamenti o deve introdurre comportamenti, deve cambiare o introdurre atteggiamenti, deve far accadere situazioni o creare condizioni favorevoli affinché accadano.
Anche le campagne di comunicazione puramente istituzionali e legate all’immagine devono connettersi a specifici comportamenti da introdurre o modificare. L’imperativo è quindi “comunicare per cambiare”, “comunicare per far accadere”, e non comunicare per se stessi.

In una tribù, i corteggiamenti hanno successo quando arriva l’accoppiamento, e chi possiede già l’attenzione del “cliente” è ostile e ultra-aggressivo verso chi prova ad avvicinarsi. Difende il territorio. Perciò i messaggi devono riuscire a passare questi innumerevoli “firewall tribali” se vogliono avere successo. Questo accade anche nelle aziende, dove i decisori, i VP e CEO sono circondati da appositi branchi di scimmie pagate per tenere lontani nuovi intrusi, facendo così bella figura e limitando il rischio che qualcuno rubi il suo posto. Quindi, la conquista dell’attenzione dei decisori diventa un fattore persino più importante del messaggio. Il messaggio arriva dopo.
Dire che sei bravo, che sei “leader” (di cosa… se lo dicono tutti), che hai “qualità” equivale a dire niente. Prova a dire che problemi risolvi, che sogni aiuti a concretizzare, che benefici psicologici e materiali hanno le tue soluzioni. Crea una “storia”, non limitarti a seminare slogan. Daniele Trevisani dal libro in costruzione sulla comunicazione strategica

Per essere invitati alla presentazione del libro e sapere quando esce, è possibile iscriversi alla rivista di comunicazione mensile, gratuita, da questo form http://eepurl.com/b727Pv

 

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