L’ Acquario Esistenziale

surrounded by assholes

Copyright Dal volume Personal Energy, di Daniele Trevisani

Molti raggiungono – in diversi momenti della vita – la sensazione di essere immersi in un acquario.

Un luogo nel quale nuoti, ma solo entro quelle quattro maledette mura trasparenti, che ti danno l’illusione di essere libero mentre non lo sei.

I sassi sono sempre quelli, ogni tanto qualche altro pesce muore, ogni tanto qualche altro ne entra, ma tu sei sempre li. In quel maledetto acquario.

Lo senti quando inizia a pulsarti dentro l’idea che sia ora di cambiare qualcosa, senti di essere immersi in un acquario esistenziale ristretto, che li soffoca.

È una sensazione spesso fisica, sottile, travestita da un senso di disagio, o un senso di oppressione, può assumere forme fisiche, senso di oppressione, mal di testa, dolori alla schiena, allo stomaco, capogiri, o senso di fatica generale. A volte si manifesta sotto forma di “mancanza di senso”, non capire più bene che senso ha il proprio essere, o la vita che si sta conducendo. Altre volte si manifesta come senso di inadeguatezza, o ansia, o persino depressione.

 Siamo pesci nati per nuotare nel mare.

Siamo uccelli nati per il cielo e non per le gabbie.

Siamo animali che appartengono alle foreste e non agli zoo.

Per questo stiamo male negli acquari ristretti, nelle gabbie aziendali, e negli zoo umani.

(Daniele Trevisani)

 Raramente abbiamo la capacità di entrare in profondità e capire cosa nel nostro stile di vita produce disagio, poiché per farlo servono abilità specifiche e aiuto esterno.

Tutti i segnali che sentiamo ci dicono che qualcosa non va nel nostro intero sistema di vita. Questi segnali vanno ascoltati.

Ma non vorrei che qualcuno pensasse che stiamo parlando di un metodo psicoterapeutico per persone con problemi psicologici. Stiamo parlando di tutti.

Non esiste una sola persona nel pianeta che possa dirsi arrivata sempre, per sempre, e comunque.

Non esiste nessuno che possa estraniarsi dalla domanda fondamentale: “che contributo superiore posso dare agli altri e alla razza umana”? E questa pulsione tocca molti, moltissimi: la stragrande maggioranza delle persone, ha dentro di se una pulsione a migliorarsi (la tendenza attualizzante identificata da Carl Rogers) e ad aiutare gli altri. Non trovando strade per concretizzarla, la soffocano o la posticipano, o peggio la annullano. Nei casi peggiori, si affidano a metodi sbagliati, o a guru e sette pseudo-religiose che offrono loro un terreno magico di crescita, utilizzando pratiche psicologiche di manipolazione.

La soluzione diventa a questo punto avere un metodo di sviluppo e di crescita serio e efficace, che rimanga etico. Un metodo cioè che non ti tolga il volante dalle mani, non ti costringa a pensare in cosa devi credere, e non ti chieda una obbedienza cieca ed assoluta e quindi – automaticamente – di smettere di ragionare con la tua testa.

Serve un metodo che ci aiuti a passare dalla “sensazione sentita” del desiderio di crescita, alla sua attuazione.

La “sensazione sentita” è una sensazione spesso corporea, viscerale e difficile da spiegare a voce (tecnicamente, una BodilyFelt-Sensation[1]– BFS) – ma ascoltarla ci fa bene, ci guida piano piano, conducendoci per steps, anche piccoli, verso nuove direzioni.

Serve un metodo efficace per alimentare le risorse personali, e in particolare, nel metodo HPM (1) energie, (2) competenze, (3) direzionalità.

tre aree del metodo HPM

Questi diversi “motori di sviluppo” vanno messi in sinergia, così come un auto ibrida utilizza diversi motori per generare moto nella stessa direzione.

Nel mio lavoro di formatore aziendale, ma anche come coach di team sportivi o individui, ho potuto avere a che fare con migliaia di persone, e trovare che potevo agire su diversi “strati” di queste persone. Questo sia che si trattasse di formazione aziendale o di sport o piani di crescita individuale.

Gli strati sui quali ho notato si possono ottenere maggiori risultati sono Energie, Competenze, Progettualità.

Sbloccarle, iniettare passione, e aumentarle, è il tema del metodo di coaching HPM (Human Performance Modeling).

La natura del metodo è soprattutto quella di evitare assolutamente di cadere nella deriva delle “sette” o dei metodi che “chiedono di crederci e basta”.

Si tratta di un metodo che espone aree di lavoro aperte, sulle quali la persona mantiene il controllo totale. Tuttavia, fa ciò che deve fare un modello di sviluppo: offre aree e metodi che orientano la persona per passare dalla famosa “sensazione sentita” (Bodily-Felt-Sensation) di voler crescere e migliorare, ai passi concreti, gli steps di miglioramento.

 

Chi agisce non ha tempo per criticare: è troppo occupato a fare. Lavora anzichè trovare da dire, si rende utile a coloro che non hanno altrettanto talento.

Wayne Dyer

 

[1] Il termine fa riferimento alla tecnica di Focusing, sviluppata da Eugine Gendlin nell’ambito della Psicologia Umanistica, vedi riferimenti in bibliografia.

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Copyright Dal volume Personal Energy, di Daniele Trevisani

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