Il progresso personale

(c) Daniele Trevisani, anteprima dal volume Self Power (Franco Angeli editore)

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Progredire significa andare verso uno stato di maggiore auto-realizzazione.

Molte persone che millantano il successo l’hanno confuso con il possesso materiale. Avere una “barca” sula quale caricare amici e amiche a pagamento, che ti gireranno le spalle non appena il tuo conto in banca smetterà di permetterti di darti arie da snob. Ti sembra questo il progresso personale?

Molte pubblicità che vedi ti offrono una sua specifica visione del progresso, spesso legata al farti possedere un disperato bisogno di una categoria di prodotto senza la quale il tuo valore umano si azzera. Ma vuoi crederci veramente? E’ ora di adottarne una tutta nostra, smettere di dare ascolto a queste voci malate.

Volersi bene e rispettarsi è un modo per progredire. Alimentare i propri bisogni dal materiale verso l’immateriale è un modo per progredire, senza rinnegare ipocritamente le esigenze materiali.

Gli studi più significativi e pionieristici cui si può fare riferimento quelli della Psicologia Umanistica, con Carl Rogers[1] come protagonista indiscusso. Come sostiene Rogers, in Client-Centered Therapy[2], siamo vittima di un progressivo distacco tra le nostre sensazioni interne e quello che facciamo della nostra vita, che spesso porta ad un senso di “disadattamento”.

E quante volte sentiamo una “voce” dirci che “così non va”, una “spia rossa” accendersi, ma magari non riusciamo a collegarla a motivi esatti, e speriamo che se ne vada? Se non riusciamo a trasformare un disagio in azione efficace, non se ne andrà. Alcuni anestetizzano questa voce con alcool, droghe, farmaci, o altri anestetici benefici come lo sport.

Ok, ma l’essenza della domanda rimane li, inesplorata.

La Psicologia Umanistica ci invita invece ad ascoltarla, e fare della nostra vita un cantiere di crescita personale.

Il progresso personale o di un’impresa si arresta per il semplice fatto di non sapere bene a quali variabili guardare, e su quali focalizzarsi, la perdita di senso è un acido corrosivo per l’anima.

Si perdono di vista gli indicatori di un miglioramento vero, e si accettano quelli ingurgitati dai valori massificati, o trasmessi dalla cultura commerciale, dai media, dai sistemi culturali cui si appartiene, che non sono sempre buoni e giusti, e tantomeno perfetti.

Iniziano ad agitarsi voci interiori… a livello subconscio… Non ho l’ultimo modello di telefono quindi non valgo. Non sono come la modella della rivista quindi non valgo. E altre simili. Andiamo dal “la mia casa o auto è più piccola di quella del vicino“… sino ad arrivare a non essere il Presidente della Repubblica o delle Nazioni Unite e quindi non valere.

Riprendere in mano i riferimenti è operazione fondamentale.


[1] Rogers, C. R. (2000) La terapia centrata sul cliente, Firenze, Psycho. Rogers, C. R. (1983) Un modo di essere, Firenze, Psycho.

Rogers, C. R. (1971) “Psicoterapia di consultazione”, Roma, Astrolabio-Ubaldini,

Rogers, C. R.; Kinget, G. M. (1970) Psicoterapia e relazioni umane. Teoria e pratica della terapia non direttiva, Torino, Bollati Boringhieri.

[2]  Rogers, C. (1951), Client-Centered Therapy, Houghton Mifflin, Boston, MA. Vedi anche

Ikemi, A. (2005), Carl Rogers and Eugene Gendlin on the Bodily Felt Sense: What they share and where they differ, Person-Centered and Experiential Psychotherapies, Vol. 4, No. 1.

(c) Daniele Trevisani, anteprima dal volume Self Power in costruzione (Franco Angeli editore)

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