Fare Grounding

Prendersi cura del proprio destino. Il Grounding spirituale e il Grounding corporeo

Copyright Daniele Trevisani, anteprima dal volume Self Power, Franco Angeli editore, in costruzione.

Cura le tue parole che diventeranno le tue azioni.
Cura le tue azioni che diventeranno le tue abitudini.
Cura le tue abitudini che diventeranno il tuo carattere.
Cura il tuo carattere che diventerà il tuo destino.
Quello che pensiamo diventiamo.

Lao Tzu

Fare Grounding (da Ground: suolo) significa cercare un senso di radicamento forte, un ancoraggio, una “robustezza” di sé nelle proprie radici.

Un albero forte ha Grounding – ha radici solide che lo terranno ancorato e stabile – anche se dovesse passare un uragano. Un albero con poco Grounding, per bella che sia la sua chioma, è in balia del primo vento che lo sradicherà.

Lo stesso vale per gli uomini.

Essere Grounded significa sentirsi solidi e radicati nel proprio terreno d’azione e padroni del proprio territorio psicologico.

Il grounding permette di ancorarsi ad un senso di robustezza della causa e degli ideali verso i quali si lavora (grounding superiore o spirituale) e ad un senso di radicamento in se stessi, nel proprio corpo, e nella propria coscienza (grounding inferiore o corporeo).

Fare Grounding dei risultati richiede ancoraggi, un forte lavoro di sviluppo e formazione, rimuovendo ogni atteggiamento banalizzante (es, “tanto non conta niente”, “tanto il destino è segnato”, e altre frasi del genere), stare alla larga dal pensiero di ricorrere alla fortuna o casualità, di cercare “furbizie” o astuzie improvvisate. Questo vale in ogni campo.

Chi vi propone soldi facili non ha grounding.

Chi vi propone vittorie facili senza preparazione non ha grounding.

Un combattente può anche vincere con un colpo fortunato, ma senza Grounding (uno stile di vita serio e da atleta) non avrà carriera lunga.

In azienda, un manager può anche “azzeccare” una scelta (“avere culo”, senza mezzi termini), o peggio avere le spalle politicamente coperte ed essere intoccabile, e quindi fare carriera, ma di questa carriera non ha merito, i suoi risultati non hanno grounding, non sono riproducibili senza quegli aiuti, non li possiamo ricondurre al lavoro e al merito della persona stessa.

Non sono contribuzione personale.

Serve quindi un lavoro “centrato sulla persona” e sulla sua crescita, un approccio che gli psicologi umanistici chiamano Rogersiano[1] (da Carl Rogers, psicologo umanistico sviluppatore della Client-Centered Therapy, una metodologia di sviluppo di matrice psicoterapeutica ma dalle implicazioni molto importanti anche al di fuori della terapia).

Per guardare avanti è indispensabile tornare all’antico, alle “accademie” in cui si forgiavano le professioni, alle “botteghe” in cui si apprendeva l’arte, alle “palestre” di professionalità, al sudore che diventa sacro quando speso per cause nobili.


[1]. Vedi bibliografia per le opere dell’autore alla voce Rogers. Carl.

Copyright Daniele Trevisani, anteprima dal volume Self Power, Franco Angeli editore, in costruzione.

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