Interventi militari ed evoluzioni sociali

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Di: dott. Daniele Trevisani

 L’evoluzione è un processo che accade. Ogni creatura vivente o sistema organizzativo sono soggetti a mutazione, che lo desiderino o meno.  Vi sono alcuni territori nei quali l’evoluzione ha creato tortura, fame, povertà, miseria, omicidi di massa della popolazione o degli oppositori dei regimi.

Gli interventi militari sono per natura destinati ad alterare le condizioni dei territori in cui avvengono. Il fattore etico è ciò che divide un intervento in base ai fini che si propone. Per cui, non possiamo mai separare l’etica dall’azione, i fini dai mezzi. La formazione militare oggi è assolutamente centrata sulla piena consapevolezza della “mission” e sul contatto umano con la popolazione e con i decisori, una modalità essenziale per aiutare i deboli e difenderli, e non semplicemente “sorvolarli” dall’alto, un’immersione che richiede anche uno sforzo di comprensione interculturale e comunicazione interculturale, di cui l’Italia è protagonista ed esempio per tutti.

I militari italiani si distinguono da tempo per la sensibilità culturale con cui sanno condurre le operazioni, al punto tale da essere una delle componenti che la popolazione arriva presto a stimare quando vi entra in contatto, di cui sente il cuore, la vicinanza, l’attenzione ai bisogni, anche a volte in un semplice sguardo.

È indispensabile una presa di coscienza sul fatto che le traiettorie evolutive dei sistemi senza governance (governo, direzione) senza strategia, sono spesso degenerative e possono dare esiti pericolosi (degrado situazionale, fallimento). I casi di autogoverno efficace esistono, ma si presentano solo in sistemi che siano già maturi e consapevoli, e questi sono rari.

L’evoluzione assertiva prevede che cambiamento e intervento siano mirati agli effetti (centrate sui risultati da produrre) e non fini a se stessi. Cambiare per il gusto di cambiare non è il nostro obiettivo, anzi, ogni cambiamento o intervento che non risponda a criteri strategici è in realtà una diseconomia.

Cambiare strategicamente significa passare da uno stato X ad uno stato Y.

È essenziale che X e Y siano focalizzati (identificati). La Y (stato di destinazione) corrisponde ad un’evoluzione positiva, o ad una revisione strategica del sistema sul quale si intende agire.

Ogni obiettivo evolutivo è da valutare lungo un ideale asse dei tempi, un “percorso” che separa X da Y.

Gli interventi realmente assertivi generano una mutazione del trend, non “fumo”. Le regie creano “passaggi obbligati” tramite operazioni (operations) centrate sugli effetti da produrre (effect-based operations).

Come costruire le operations o stimoli che vada nella direzione voluta è il problema centrale delle regie.

Riflessioni operative:

  • valutare lo stato attuale del o sistema (stato X) rispetto agli obiettivi di evoluzione;
  • definire degli ancoraggi ideali futuri, gli stati ottimali cui tendere (stato Y);
  • valutare i passaggi, stimoli o operations che possono portare il soggetto da X a Y, selezionare gli interventi centrandosi sugli effetti (effect-based operations), evitare la dispersione di azione o su risultati non precisati o poco chiari.

Produrre assertivamente cambiamento quando necessario, e non solo facilitarlo quando il bisogno è già sentito, è un problema ulteriore.

Dare acqua a chi sente sete è abbastanza semplice. Offrire acqua a qualcuno che – perso in un’allucinazione sensoriale – non senta il bisogno di bere seppure disidratato è un problema più forte. Ovviamente, la sete riguarda il cambiamento e l’acqua qualsiasi nutrimento (conoscenza, comportamenti, valori, strumenti) o variazione che permetta di dare un contributo all’evoluzione positiva.

Portare il voto in un sistema che ne senta bisogno è facile. Portare il voto in un sistema in cui una larga parte della popolazione non ne senta bisogno richiede un intervento molto più complesso, che parte persino dalla domanda se sia veramente il voto il sistema da instaurare, o se siano meglio altre forme di gestione del potere più vicine alla realtà culturale. Ed in ogni caso, il concetto stesso di “portare” deve essere ripulito da ogni tentazione di “educare l’altro ad essere come noi vorremo” per confinarsi unicamente nei territori dove i diritti umani sono calpestati e si generano i veri pericoli per la pace mondiale.

Condividere la necessità di avviare un percorso con gli attori e protagonisti di un sistema è uno dei passaggi indispensabili in un metodo registico che vuole fare della persuasione il suo fulcro, anziché essere costretto ad utilizzare la forza ove non necessario. La forza va concentrata e risparmiata per gli interventi che veramente la richiedono

Riflessioni operative:

  • sforzarsi di condividere l’esigenza di avviare un percorso;
  • inquadrare le traiettorie del “percorso” scelto per andare da X ad Y;
  • condividere l’analisi dello stato X e dello stato Y, dettagliatamente, affinché la condivisione di obiettivi sia profonda e non solo superficiale;
  • distinguere i cambiamenti che richiedono utilizzo della condivisione e della mediazione, dagli interventi che necessitano dell’uso della forza, e mai confondere i due piani.

Altra questione essenziale è la ricerca di un equilibrio tra tecniche direttive e tecniche non direttive. Le tecniche direttive prevedono prescrizioni, modelli, concetti insegnati o distribuiti, regole o struttura, mentre le tecniche non direttive lasciano spazio all’autonomia del soggetto e alla sua personale ricerca di un percorso. In qualsiasi paese la Nato e le Nazioni Unite si trovino ad operare, è essenziale che sia chiaro quando e quanto sia possibile alterare il sistema senza violarlo. Aiutare senza imporre, difendere i deboli senza creare vittime inutili. Colpire le radici anziché le sole foglie.

Anticipiamo da subito che il modello delle regie propone un mix integrato tra le due, con una prevalenza sostanziale tuttavia (non ideologica, ma metodologica) per le tecniche direttive.

Riflessioni operative:

  • definire quali parti di un percorso di cambiamento hanno bisogno di (1) tecniche direttive, strutturazione, regole, protocolli, e (2) quali porzioni del percorso devono lasciare spazio a tecniche non direttive, auto-espressione, autoregolazione del soggetto o del sistema, alla ricerca di una propria strada per il miglioramento;
  • realizzare un mix equilibrato (direttivo/non direttivo) tra le diverse metodiche di intervento.

Qualcuno considera superate le “Operazioni centrate sugli effetti”, ma forse è solo questione di parole.

Le operazioni centrate sul miglioramento delle condizioni umane non possono essere un concetto superato, e mai, in nessun momento, dobbiamo pensare che sia possibile accettare che un solo bambino o ragazzo o ragazza soffrano perché torturati da un sistema dittatoriale che impedisce loro di esprimersi.

Per quanto relativismo culturale si voglia usare, vi sono dei valori per cui vale la pena lottare, sempre e  ovunque, e pochi uomini sanno accettare il rischio di farlo, o di dirlo. Tutto il mio rispetto per queste persone.

Dott. Daniele Trevisani, Formatore in campo Militare e Aziendale

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